In Grecia ha vinto la demagogia di Tsipras, non la democrazia

Anche se è difficile scorgerle, ci sono alcune certezze nella lunga partita per il futuro della Grecia. Anche dopo il voto, netto, nel referendum sull’accettazione del programma dei creditori internazionali indetto a sorpresa dal primo ministro ellenico Alexis Tsipras. Fra demagogia, falsi miti, errori e assenza di realismo, il destino di Atene non è ancora segnato. Ma occorre un cambio di registro veloce. 

Athens, GreeceGreek Finance Minister Yanis Varoufakis arrives to make a statement in Athens, Greece July 5, 2015. Greeks voted overwhelmingly "No" on Sunday in a historic bailout referendum, partial results showed, defying warnings from across Europe that rejecting new austerity terms for fresh financial aid would set their country on a path out of the euro. REUTERS/Alkis Konstantinidis
Athens, GreeceGreek Finance Minister Yanis Varoufakis arrives to make a statement in Athens, Greece July 5, 2015. Greeks voted overwhelmingly "No" on Sunday in a historic bailout referendum, partial results showed, defying warnings from across Europe that rejecting new austerity terms for fresh financial aid would set their country on a path out of the euro. REUTERS/Alkis Konstantinidis

La prima certezza è quella più sottile, ma anche quella più significativa. In Grecia ieri non ha vinto la democrazia. Hanno vinto demagogia e populismo, due facce della stessa medaglia, quando si parla dell’esecutivo a trazione Syriza. Ciò che è successo ieri, e nelle ultime settimane, è la degenerazione della politèia, che porta quindi a una sorta di tirannia della massa a suon di mistificazioni, propaganda e illusioni in un mondo migliore, senza peraltro che il leader abbia le basi per portare il suo popolo a tale obiettivo. Non è un caso che Aristotele definisse i demagoghi “gli adulatori del popolo”. Come definire altrimenti un primo ministro che chiama il popolo a votare su una faccenda così delicata come un programma di salvataggio dopo mesi di negoziazioni fallimentari, basate su richieste impossibili da trattare come la ristrutturazione del debito in mano alla Bce? Come definire altrimenti un primo ministro che assicura che ci sarà un’intesa coi creditori internazionali quando in realtà, come confermano fonti europee, le trattative “non sono mai state così ferme”? Come definire altrimenti un (ormai ex) ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, che definisce “terroristi” i funzionari di Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue, proprio alla vigilia del voto? Come definire altrimenti le continue, dal 25 gennaio a oggi, dichiarazioni dei funzionari ellenici a riguardo di un accordo, secondo loro sempre più vicino, quando nemmeno rispondevano al telefono alle controparti negoziali? No, mi spiace per tutti coloro i quali ritengono che in Grecia abbia vinto la democrazia, ma questa è pura demagogia. E a farne le spese, come spesso accade, è proprio il popolo. Una Grecia sull’orlo del baratro finanziario che spende ancora più soldi per un referendum che apre due opzioni: o l’avvio delle negoziazioni per un terzo programma di sostegno o l’uscita, lenta e distruttiva, del Paese dall’area euro. In entrambi i casi, due scenari che Tsipras non aveva illustrato al proprio popolo, dato che il suo mandato elettorale era ed è la rinegoziazione del secondo programma di salvataggio e un’eventuale rinegoziazione del debito. Ma la demagogia può spingere lontano, verso terre inesplorate come quelle odierne, se non si è consci del suo potere. 

La seconda certezza è che l’Europa non morirà dopo il voto greco. La polarizzazione prodotta da ambo le parti - creditori internazionali e policymaker da una, Tsipras e Syriza dall’altra - è stata uno degli spettacoli più raccapriccianti della storia contemporanea del sogno di Jacques Delors, Altiero Spinelli e di tutti gli altri padri fondatori dell’Ue. Portare all’estrema ideologia, o meglio tifo, uno scontro meramente politico - quello sul futuro di Atene è tale - è stato un errore imperdonabile. Perché il referendum ellenico si è trasformato in un dibattito pro o contro l’euro, non pro o contro un programma di sostegno. Il popolo greco è stato spinto a votare su un tema fumoso - la proposta su cui si è votata era già superata dall’ultima offerta del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker - ed è stato sballottato dai politici senza ritegno, come se non esistesse, come se fosse solo una massa critica capace di decidere da sola il destino dell’intera Ue. Ma così non è. E le bandiere europee che si sono viste in questi giorni, anche ieri, a Piazza Syntagma ad Atene, dimostrano il fatto che sotto sotto ci sentiamo più europei di quanto si possa immaginare. L’Europa non è morta e non morirà dopo il referendum, ma bisognerà saper utilizzare il voto come un punto di partenza per costruire un nuovo modello, soprattutto comunicativo, di gestione delle crisi.

La maggior parte dei greci che in questi giorni ho sentito, colleghi e amici, concordano tutti su una cosa. Il più grande errore delle istituzioni europee e internazionali è stato quello di non aver saputo spiegare in modo preciso e tempestivo cosa stava succedendo nel Paese. “Nel 2009 ci hanno detto che sono stati truccati i conti, nel 2010 che il Paese doveva essere salvato, e ora, beh, lo vedi. Le evoluzioni le apprendiamo solo dalla stampa, non c’è stata alcuna mobilitazione dei politici europei. Nessuno ci ha spiegato perché e cosa dovevamo tagliare”, mi ha detto una collega nelle ultime settimane. Ed è vero. Sono state poche, pochissime, le iniziative concrete da parte di Commissione Ue, Bce e Fmi a favore di una maggior informazione del popolo greco su cosa stava succedendo nel Paese. Ecco perché bisogna cambiare. E la speranza, scrivendo queste righe, è che anche a Bruxelles e Washington si inizi a ragionare in tal senso. 

La terza certezza è che la Grecia non uscirà dalla crisi con facilità. Per la prima volta dopo Cipro, in un Paese della zona euro sono stati introdotti controlli alla libera circolazione dei capitali. E per di più, all’inizio della stagione turistica, il vero volano dell’economia ellenica. Come in ogni fattispecie del genere, meglio non credere a ciò che dicono i policymaker. I capital control sono introdotti all’improvviso e non v’è una certezza precisa di quando saranno eliminati. Le banche elleniche sopravvivono solo grazie all’Emergency liquidity assistance (Ela) erogata dalla banca centrale greca su concessione della Bce. La decisione, in questo caso, è tecnica. Fintanto che il sistema bancario ellenico sarà considerato solvente, ci sarà l’Ela. Dopo, no. E questo significherà l’uscita de facto della Grecia dall’Eurosistema, e quindi dall’eurozona. In un contesto tale, sarà anche evocativa la demagogia, ma di sicuro non aiuterà il popolo greco a rialzarsi economicamente. 

Infine, la quarta certezza. L’ideologia non porta da alcuna parte. Varoufakis, dimettendosi, ha usato parole cariche di sentimento, di pathos, per congedarsi. “E io porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori. Noi della Sinistra sappiamo come agire collettivamente senza interesse per i privilegi conferiti dal ruolo”, ha scritto. Tutto molto bello, tutto molto ideologico. Ma, e lo ricordiamo a tutti i fan (perché ormai di tifo si tratta) di Tsipras e Varoufakis, che fino a otto mesi fa c’era un piccolo barlume di crescita - quasi insignificante rispetto alla recessione che ha colpito il Paese - che ora è stato distrutto. Ricordiamo anche che, nonostante i proclami di Tsipras e Varoufakis, la Grecia ha bisogno di un terzo programma di salvataggio. E ricordiamo pure, a chi in Italia attacca la Germania ogni due minuti o gioisce per la vittoria del no al referendum, come Beppe Grillo, Massimo D’Alema, Nichi Vendola, Renato Brunetta, Matteo Salvini, che non si può aver la botte piena e la moglie ubriaca. Il voto non era né sull’euro né sulla Germania né sull’austerity. Era, e conviene ricordarlo bene, su un programma di sostegno basato su riforme fiscali e strutturali dure, nessuno lo nega, ma necessarie. Volenti o nolenti, dopo anni di clientelismo, vacche grasse a beneficio di pochi e corruzione, bisogna rendere sostenibile un Paese. E smettere di usare la demagogia per iniziare a usare due qualità che sembrano dimenticate, realismo e pragmatismo. Tanto in Grecia, quanto in Italia. 

@FGoria

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