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L’IS, la propaganda e quel nostro senso di insicurezza

L’isteria collettiva dietro alle minacce dell’Islamic State sta arrivando a livelli inauditi. E l’unica arma a disposizione che abbiamo è quella della conoscenza delle loro tecniche. 

Photo credits: http://www.telegraph.co.uk

Scambiare dei palloncini di compleanno per le iniziali dell’Islamic State (IS). È questo ciò che è successo in Svezia, dove la polizia ha fatto questo errore, confondendo due palloncini che componevano il numero 21, con un simbolo dell’IS, dato che alla finestra dell’abitazione a cui erano appesi, visti da fuori, segnavano il numero 12. La notizia è riportata dal quotidiano svedese Kvällsposten, che ha intervistato Sarah Ericsson, colei che ha compiuto 21 anni. E che non ha alcun legame con l’IS.

Al di là delle facili ironie, questo non è altro che il simbolo della potenza di fuoco della propaganda di un nemico che riprende le tecniche del passato per intimorire. Riuscendoci.

La cultura del terrore è cosa nota agli esperti di strategia militare. Basti ricordare al Res gestae divi Augusti, il resoconto delle gesta dell’imperatore Augusto. O basti pensare a Le Moniteur Universel, il giornale francese che sotto il periodo di potere di Napoleone Bonaparte fu parte integrante del culto del leader, dato che la sua lettura era obbligatoria nelle scuole superiori transalpine. O ancora, pensiamo a Joseph Goebbels, dal 1933 al 1945 a capo del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda, il ministero della Propaganda del Terzo Reich.

Se riflettiamo con attenzione a come avvengono le comunicazioni dell’IS, è facile trovare dei parallelismi soprattutto con quest’ultimo genere di propaganda. Le manifestazioni del potere di Abu Bakr al-Baghdadi, il capo del Califfato islamico, ricordano da vicino quelle di Adolf Hitler, ma con differenze sostanziali che ne amplificano il messaggio. Specie in un mondo che ancora fa i conti con l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. 

I lunghi cortei di vetture con issata la bandiera nera dell’IS, le gabbie dentro cui rinchiudere i prigionieri, le decapitazioni, i rituali delle esecuzioni capitali, l’idea che la vittoria suprema contro l’Occidente è solo questione di tempo. E, per ultimo, l’ammiccamento verso il costume, come testimonia l’ultimo video rilasciato, in cui si vede quello che l’IS considera il suo miglior cecchino. Una risposta al film statunitense “American Sniper”, ancora oggi nelle sale cinematografiche, che racconta la vita di Chris Kyle, il miglior tiratore scelto dell’esercito americano. Per colpire nel segno basta l’immaginario collettivo, distorcendolo. Un esempio? È probabile che l’IS abbia detto ai suoi guerriglieri che “gli USA hanno prodotto quel film per far vedere che sono più forti di noi, ma non è vero. Volete vedere la verità? Guardate questo video del nostro più grande cecchino”. E così viene veicolato il messaggio del bene contro il male.  

Come Goebbels, gli strateghi della comunicazione dell’IS sanno come colpire. E sanno come utilizzare la tecnologia per farlo. In genere, comunicano via video, pubblicati su internet. Le tecniche di ripresa sono precise, curate, con molti elementi rubati a Hollywood, come lo slow-motion nei momenti cruciali del video, che può essere lo sgozzamento del malcapitato di turno, o l’indugiare sul vessillo dell’IS. O ancora, come nel caso del video di minacce contro l’Italia, la location, quella spiaggia che lascia intendere che l’IS è pronta a salpare dalle coste libiche verso quelle italiane. 

I fatti svedesi dimostrano che, in parte, l’IS ha raggiunto il proprio scopo. Quello di far paura, di far vivere nel terrore e nell’incertezza. E lo ha fatto nel modo più semplice possibile: creando un allure di mistero dietro di sé.  Cosa sappiamo dell’IS, realmente? Quello che dicono loro, con le loro immagini e con i loro comunicati, tanto studiati quanto rilasciati ad arte, in modo da alimentare un costante martellamento. E poi, con gli attentati veri, presunti e rivendicati. Sotto il profilo comunicativo al-Baghdadi sta mettendo in ginocchio l’Europa, che guarda con diffidenza sé stessa e le persone che le stanno accanto. E lo sta facendo coi social media, con internet, con la massimizzazione della tecnologia a sua disposizione. L’IS ha fatto nascere in noi la paura, anzi il terrore, per chi non si conosce. C’è un nemico, dice la narrativa dell’IS, ma non si sa dove sia. C’è l’effetto gregge, secondo cui il singolo è invitato a unirsi alla massa, capace di promettere un’esistenza (e un futuro) migliore. C’è anche l’ipersemplificazione dei concetti: bene contro male, Califfato contro Roma. Un concetto base della propaganda nazista. Infine, la tecnica del granfalloon, o paradigma del gruppo minimo, un metodo di persuasione che consiste nell’incoraggiare i soggetti a trovare il senso di appartenenza in un gruppo, basandosi sulle emozioni e non sulla ragione. Il tutto tramite messaggi che spiegano come nel gruppo in cui si trovano gli individui troveranno comprensione, sicurezza, stima. Noi siamo migliori di loro, quindi dobbiamo combatterli. Noi siamo la salvezza, loro la distruzione. È così che fa l’IS, alimentando l’odio e utilizzando le tecniche naziste. Del resto, come ha scritto Hitler nel Mein Kampf, “gli effetti della propaganda devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione”. 

La guerra sottile che si sta combattendo ha già una vittima inosservata. È la nostra vita quotidiana, la cui libertà naturale è già compromessa. Ecco cosa dimostra l’errore della polizia svedese. Ma cosa si può fare contro questa minaccia nascosta? Un primo passo è spiegare per filo e per segno come l’IS sta manipolando i messaggi, quali sono le tecniche e che solo tramite la conoscenza di esse si può creare una società il più possibile razionale. Il secondo passo, più importante, è quello della contro-propaganda. Ma per farla, bisogna prima aver ben chiaro chi siamo, cosa vogliamo e i valori in cui crediamo. Tre elementi che, a oggi, sono quantomeno incerti per buona parte del mondo occidentale.

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