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La codardia di Tsipras rischia di far saltare tutta la Grecia

Come nel 2011. Ma stavolta è peggio. È la seconda volta in pochi anni che il primo ministro di Grecia invoca un referendum. Nel 2011 era stato George Papandreou, alla vigilia del G20 di Cannes. Ieri è stato Alexis Tsipras. Il populismo di Papandreou fu placato, ma stavolta è differente. La Grecia, e Tsipras, stanno flirtando con il disastro. E l’eurozona con loro. 

REUTERS/Yves Herman

Il giorno dopo la sua affermazione, su East abbiamo scritto chiaro e tondo che Alexis Tsipras non era ciò che necessitava la Grecia per uscire dalla peggiore crisi della sua storia, con effetti degni di un conflitto. Tsipras fece tutta la sua campagna elettorale basandosi su alcuni punti cruciali, tutti molto “pop”. Primo, la rinegoziazione del secondo programma di salvataggio, varato nel 2012. Secondo, un alleggerimento forzoso del debito pubblico, detenuto per circa il 73% dai creditori internazionali, cioè Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce), Commissione Ue e European stability mechanism (Esm), che ha la competenza sui prestiti erogati dallo European financial stability facility (Efsf). Terzo, il ritorno al passato sotto il profilo sociale. Vale a dire, riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati nell’ambito del primo e del secondo programma, ripristino dei welfare benefit ante crisi, e via dicendo. Il tutto, però, senza specificare con quali risorse finanziarie. Già a gennaio ci siamo chiesti come fosse possibile rendere sostenibile un programma elettorale così sognante e così carico di idealismo. La risposta non è stata positiva. 

Dopo mesi di estenuanti trattative, la pazienza dei policymaker europei è arrivata al capolinea. La mossa di ieri, quella di indire un referendum sulla proposta dei creditori, che già prevede diverse concessioni al governo Tsipras, ha ucciso ogni genere di fiducia che i funzionari di Fmi, Bce e Commissione europea avevano in Tsipras. Verso l’una e mezza di notte di ieri, ho scritto a uno di essi e la sua risposta è stata la seguente: «Non ho parole. Sono inorridito. Questo non è un gioco. Probabilmente il peggio deve ancora venire». Parole che, conoscendo il personaggio, sempre molto pacato e riflessivo, mai avrei sognato di leggere. E come lui, nelle cancellerie è scattata l’indignazione per la mossa di Tsipras, come spiegano fonti diplomatiche. Perfino dalla sempre abbottonata Bce di Mario Draghi arrivano echi minacciosi. Sulla Grecia aleggia lo spettro dei capital control, le limitazioni alla libera circolazione dei capitali introdotte già a Cipro nel 2013. Un espediente che è necessario per evitare le corse agli sportelli bancari, che già da oltre 6 mesi hanno subito un’emorragia di depositi. Secondo i dati della Banca centrale ellenica, si è passati dai 177,845 miliardi di euro di fine novembre ai 135,7 miliardi di fine maggio. Tanto, troppo. Inoltre, la Bce potrebbe anche decidere (ma è improbabile, a questo punto, per evitare di indirizzare il voto del referendum) di staccare la spina dell’Emergency liquidity assistance (Ela), a oggi l’unico canale di liquidità di sostegno al sistema bancario ellenico. La situazione non è solo seria, è grave. A tal punto che un gestore di hedge fund, stamattina, mi ha raggelato il sangue. «Hai presente il 13 settembre 2008? Eccoci, di nuovo», mi ha scritto. E per chi non se lo ricordasse, il 13 settembre 2008 fu il sabato prima della bancarotta di Lehman Brothers. 

Ora tutto dipende dall’Eurogruppo di oggi. Se confermerà la proposta dei creditori verso Atene, allora ci sarà il referendum. Se non confermata, come riportava stanotte Dow Jones, allora è legittimo domandarsi su quale fattispecie si baserà il quesito referendario. Ma non è questo il punto più doloroso. E non lo sono nemmeno i capital control. Quello che lascia interdetti è la codardia di Tsipras. Dopo mesi di negoziazioni basate su stop-and-go coi creditori internazionali, di aperture e chiusure, di doppiogiochismo e mistificazioni, ora siamo arrivati al punto di non ritorno. È come se fosse andato dai suoi elettori a dire che ora tocca a loro decidere la loro sorte, dentro o fuori. Il referendum, se ci sarà, avrà questa valenza, oltre che la valenza politica sull’operato di Tsipras. Ed è il frutto della doppia dialettica del leader di Syriza verso Fmi, Bce e Commissione Ue: accomodante in Europa, ostile in patria. 

Un vero leader politico non abbandona il proprio popolo nel momento più drammatico. Tsipras lo ha fatto, dimostrando di non essere all’altezza del proprio elettorato che dopo anni di crisi dovuta soprattutto a una classe dirigente inadeguata e incurante dei propri cittadini. La vera domanda è però un’altra, la cui risposta non è così scontata. Nell’eurozona c’è un leader capace di evitare che la Grecia abbandoni l’euro, distruggendo quindi il sogno europeo? 

@FGoria

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