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La paralisi dell’Europa e quel feroce richiamo alla Guerra Santa

C’è qualcosa di nuovo, e terrificante, nel nuovo atto terroristico che ha colpito l’Europa. Quello di Saint-Étienne-du-Rouvray, dove un prete è stato sgozzato dopo essere stato costretto a inginocchiarsi, come raccontano i testimoni, è forse il più significativo episodio di quel conflitto che l’Islamic state (Is) ha lanciato nei confronti dell’Occidente. Arrivare in una cittadina di campagna, accedere a un luogo di culto della religione contro cui si scaglia il Califfato, uccidere barbaramente. È questo il vero punto di svolta di una follia contro la quale, a oggi, possiamo fare poco. Possiamo indignarci, possiamo sconvolgerci, possiamo essere intimoriti. Ma, allo stato delle cose, non possiamo evitare questo terrorismo molecolare e pazzoide. E non potremo farlo per molto tempo, a meno di non investire ingenti somme. 

The bell tower of the church in Saint-Etienne-du-Rouvray, July 27, 2016. REUTERS/Pascal Rossignol

Lo abbiamo scritto pochissimi giorni fa. Dopo Nizza, ancora con l’orrore negli occhi e il terrore nella mente, lo abbiamo messo nero su bianco: dobbiamo aspettarci altri attentati. Diversi i motivi, il più banale dei quali è che non è possibile per l’intelligence e per le forze dell’ordine tenere sotto sorveglianza tutti gli obiettivi sensibili. E allo stesso modo non si possono monitorare i soft target, come supermercati, piazze di provincia, perfino parchi giochi o stazioni di servizio lungo l’autostrada. Qualunque oggetto può essere un’arma. Da un coltello a un AK-47 a un’autovettura a un autotreno, passando per un’autocisterna. “Colpire con quello che si può,” dicevano i vertici dell’Is. E così sta accadendo. È come se si stesse risvegliando il seme della follia omicida nella nostra quotidianità. Per adesso, non possiamo far altro che attendere il prossimo episodio. 

Ci sono, tuttavia, due considerazioni possibili da fare. La prima riguarda la strategia dell’Is. È una strategia parassita. Anche laddove i legami sembrano assai sottili, il reparto comunicazione del Califfato interviene sui social media, rivendicando anche stragi non sue. Questo è un atteggiamento non nuovo, ma che è aumentato negli ultimi mesi. Il risultato è duplice. Da un lato rafforza la sua propaganda laddove è possibile chiamare alle armi i soggetti che stanno diventando sempre più l’asse portante del terrorismo, ovvero gli individui socialmente, economicamente e mentalmente instabili. L’Is fornisce loro risorse e possibilità di riscatto. Non solo per loro, ma anche per chi resta. E li induce al martirio. Ucciditi e potrai riscattare una vita mediocre, salvando i tuoi cari. Ma dall’altro lato, l’Is ha instillato in ognuno di noi una paura senza precedenti. Fino a quando non ci ritroveremo - e in molti casi sta già accadendo - a considerare normale tutto quello che abbiamo visto da Charlie Hebdo, da quel 7 gennaio 2015, in poi. La normalizzazione del terrore rischia di essere la più grande vittoria dell’Is, volenti o nolenti. E questo potrebbe avvenire anche solo tramite la propaganda telematica. 

La seconda considerazione è che la tattica dei mille coltelli, come scritto da Guido Olimpio sul Corriere della Sera, può essere la più incredibile evoluzione dell’Is. Fino a oggi è stata usata solo da Al-Qaeda, che era e resta in pieno conflitto con il Califfo, che continua a perdere territori nel Levante. Ma così facendo, colpendo in modo capillare e in modo totalmente schizofrenico sul territorio europeo e non solo, l’Islamic state non fa altro che massimizzare i profitti con il minimo sforzo, specie da un punto di vista economico. E i risvolti economici degli attacchi sono, a detta dell’intelligence statunitense, uno dei punti della nuova strategia dell’Is. 

Più l’Europa viene attaccata, più i suoi cittadini hanno paura. Più viene attaccata nella sua normalità, più i cittadini si fermano. Siamo già oggi a un punto di non ritorno. Noi abbiamo paura di vivere normalmente. E loro non hanno paura di morire spettacolarmente. Anzi. Più pirotecnica è la barbarie, più mediaticamente pesante è l'atto terroristico, più il Califfato guadagna in prestigio. E più l’Europa si ferma, più l’economia domestica ne risente. Questo si traduce in minori risorse per l’antiterrorismo, per l’intelligence, per il monitoraggio dei soggetti a rischio radicalizzazione. In altre parole, il Califfato ha messo in piedi un impianto di assedio costante a basso costo che rischia di produrre uno stallo fatale in Europa.  

La prova di questo la abbiamo avuta nelle prime ore dell’attentato di Monaco di Baviera. Tutti, incondizionatamente, abbiamo pensato che fosse l’ennesimo attacco firmato dal’Islamic state. I commentatori hanno sprecato parole di sdegno contro l’Islam e contro il Califfato nelle prime convulse ore, mentre la macchina dell’intelligence ha investito risorse per comprendere dove avesse fallito. Il tutto salvo poi scoprire una realtà totalmente diversa. Ma quando abbiamo letto le prime agenzie di stampa relative a Monaco, tutti abbiamo immaginato quale fosse la matrice: l’Islamic state. È il riflesso condizionato, quello che porterà alla normalizzazione del terrorismo e quindi alla disintegrazione della nostra vita quotidiana. 

Le cose da fare le conosciamo fin troppo bene, da un miglioramento della condivisione delle informazioni rilevanti tra le agenzie di intelligence nazionali all’adozione di misure contro quegli Stati che indirettamente e direttamente sono tra i finanziatori di Is e Al-Qaeda. Dopo Nizza, qui su EastOnline, abbiamo pubblicato un rapporto del Combating Terrorism Center at West Point, che metteva in evidenza come si sono evoluti i sistemi di finanziamento del terrorismo islamico. E su come si possono contrastare. Per farlo, però, occorre investire tempo e risorse. Solo con una volontà politica unica e unitaria l’Europa può arrivare a rompere i gangli germinanti in modo convulso e imprevedibile della rete del Califfo. Di questa volontà politica, per ora, nemmeno l’ombra. L’ombra, dopo il feroce sgozzamento di Saint-Étienne-du-Rouvray, che molti esaltati già radicalizzati o in procinto di farlo vedranno un esplicito richiamo alla Guerra Santa, è quella di un’Europa in totale balìa del Califfo, ma soprattutto di sé stessa. E la paralisi non è ciò che serve adesso. 

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