Per non dimenticare Charlie Hebdo

Queste parole arrivano volutamente dopo la marcia di Parigi. Perché l’efferatezza dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kosher che hanno fatto sussultare la Francia e l’intero Occidente non deve essere dimenticata.

People hold panels to create the eyes of late Charlie Hebdo editor Stephane Charbonnier, known as "Charb", as hundreds of thousands of French citizens take part in a solidarity march (Marche Republicaine) in the streets of Paris January 11, 2015. REUTERS/Charles Platiau

Non c’è più tempo per l’ipocrisia o per gli annunci a cui non fanno seguito delle azioni mirate e condivise. Occidente e Islam non sono due mondi a compartimenti stagni e la strage di Parigi deve essere un nuovo, e concreto, inizio al dialogo. Perché sia noi sia loro non possiamo essere sotto il costante tiro del terrorismo.

La prima domanda che mi sono posto una volta appurato cosa era successo è stata solo una: “Cosa abbiamo sbagliato?”. Una domanda legittima, dopo anni di tentativi di dialogo con un mondo, quello dell’Islam, che vive con noi, accanto a noi, non contro di noi. Cosa abbiamo sbagliato?

Di sicuro la responsabilità non è di Charlie Hebdo, né delle sue vignette. La satira è libertà proprio perché è indipendente dal colore e dalle regole. Colpisce chiunque, senza distinzioni né freni. E affermare, come diversi commentatori hanno fatto, che Charlie Hebdo “se l’è cercata” getta nella spazzatura dell’odio secoli di dibattito sulla libertà. La mia, di libertà, termina dove inizia quella del mio vicino. E Charlie Hebdo è un giornale che rispetta in pieno la libertà di chiunque. Tutti, infatti, siamo liberi di non comprarlo. 

La responsabilità è in parte nostra, e delle barriere che abbiamo creato. Basta pensare a Parigi per comprenderlo. Il Périphérique è un muro invisibile che divide la città. Valicarlo, per andare a lavoro o a studiare, è tanto complicato quanto frustrante. Abbiamo creato barriere in grado di proteggerci dal ‘diverso’, ignorando però che questa repressione mascherata da apertura, nel lungo periodo, avrebbe causato sempre più danni. La colpa delle barriere è solo nostra, incapaci di guardare oltre il nostro naso senza paura. I nostri valori non ci saranno mai sradicati, in quanto essi sono intrinsechi alla nostra cultura. E non dovremmo pensare di voler innestarli in chi non è come noi: sarebbe una barbarie. Invece, così si è tentato per anni e poi, dopo aver visto che non funzionava (e per fortuna, aggiungo, dato che il multiculturalismo è una delle principali sorgenti evolutive della società), abbiamo preferito la soluzione più veloce e immediata: la ghettizzazione de facto.

Ma nemmeno il mondo musulmano è immune da critiche, la cui responsabilità è condivisa con noi. L’incapacità di gestire il dialogo con le frange più estremiste è un errore imperdonabile, che oggi sta causando danni immani ai milioni di persone che vivono secondo la parola del Profeta. I rappresentanti delle comunità islamiche lo sanno e sono consapevoli che le mancanze del passato rischiano di alimentare un odio che li può danneggiare. La repressione e il nazionalismo di movimenti come il Front National o la Lega Nord sono quanto di più pericoloso c’è per l’Islam moderato. Si conoscono i principali gruppi terroristici, si conosce la composizione dei loro bilanci d’esercizio, si conoscono i loro finanziatori, si conoscono le loro sedi di reclutamento. E quindi? Perché si è restati a guardare senza muovere un dito? Interessi economici? Forse. Semplice pigrizia? Forse. Il risultato è che oggi l’intero mondo è sotto scacco, senza divisioni. Se tre persone hanno bloccato la Francia, pensiamo a cosa potrebbero fare i foreign fighters (conosciuti, fra l’altro) ancora a spasso. Il mondo islamico non deve dimenticare le stragi compiute da Al-Qaeda, che non ha colpito solo gli USA, o la Spagna o il Regno Unito, ma anche il Kenya, la Somalia, il Libano, lo Yemen, l’Indonesia, l’Egitto e l’Iraq. E non deve nemmeno scordare il ruolo sempre più forte dell’Islamic State. Contrastare le radicalizzazioni significa, per l’Islam, evitare che ci siano altri morti ammazzati e altro odio.

Cosa fare, quindi, ora che la marcia di Parigi è un ricordo sul calendario delle tragedie? Se si vuole evitare che la strage del 7 gennaio 2015 possa ripetersi, è consigliabile che i leader mondiali lancino una conferenza mondiale sul terrorismo. Si badi bene, terrorismo di qualunque matrice. E intorno a un tavolo, pensare a misure ad hoc di intelligence, come la condivisione in tempo reale delle informazioni sulle cellule terroristiche, o come la creazione di uno o più database globali che non siano solo appannaggio della CIA o dei singoli servizi segreti nazionali. Perché il problema del terrorismo non è solo francese, o britannico, o statunitense. No, è un problema anche del Qatar, dello Yemen, dell’Arabia Saudita. È ora di mettere da parte le divisioni politiche e lavorare insieme per scongiurare la vittoria del terrore sulla libertà.

Infine, un capitolo che non deve né può essere dimenticato. Nel marasma dei social network si è vista di nuovo la più aberrante delle tendenze umane, quella del capro espiatorio, unita al complottismo. E ancora una volta, è stato preso di mira il mondo ebraico. Una reminiscenza tanto pericolosa quanto oscena, che periodicamente ritorna a galla, come se la Storia non avesse insegnato alcunché. L’astio e il disprezzo non sono più forti dei valori di fratellanza e unità che abbiamo, tutti, senza colore. Noi abbiamo ereditato un mondo libero e sicuro dai nostri genitori, ma stiamo consegnando ai nostri figli un pianeta diviso, carico di odio e paura verso chi è diverso. È possibile cambiare? Sì, ma bisogna farlo in fretta.




 

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GUALA
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