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Perché dobbiamo attenderci altri attacchi dopo la carneficina di Nizza

Annichilimento. È questa la sensazione di questo 15 luglio 2016, dopo l’ennesimo attentato che ha colpito la Francia. Una strage vile e simbolica. Una barbarie che ha colpito laddove era prevedibile, quei soft target che da tempo l’intelligence statunitense ha individuato come l’evoluzione del terrorismo dell’Islamic state (Is). Non illudiamoci: quella di Nizza non sarà l’ultima strage. A meno che non si prendano decisioni finora considerate impopolari.

REUTERS/Eric Gaillard

Paura. Tutti abbiamo paura. Lo si vede, lo si sente, lo si percepisce dagli sguardi, dai gesti. Se l’obiettivo era quello di cambiare le nostre vite, è riuscito in pieno. Capita, nel mio piccolo, anche a me. Ogni volta che mi reco in un aeroporto, che sia quello di Washington o che sia quello di Reykjavik, cerco di superare il più velocemente possibile i controlli di sicurezza. Ed evito di proposito gli aeroporti delle grandi capitali europee. Stessa scena nelle stazioni ferroviarie, in genere meno controllate. Cerco di arrivare all’ultimo, correndo anche il rischio di perdere il treno. Evito di prendere la metropolitana. Se posso, vado a piedi. È sciocco, mi dico ogni tanto rendendomi conto che la probabilità di perire è più elevata attraversando la strada, ma è una sorta di riflesso condizionato. Succede a tutti noi. Abbiamo mutato le nostre vite. Ci ripetiamo che le nostre esistenze devono andare avanti, in un mantra in cui crediamo poco. Ma è l’unica cosa che bisogna fare. Convivere con la paura, quella instillata dal terrore. Molti di noi non ci hanno mai dovuto convivere, e ci dovranno convivere ancora per molto. Non c’è possibilità di evitarlo, a meno che non andare a vivere in Alaska.

Guerra. È una parola che ritorna. L’ha pronunciata il premier francese Manuel Valls, la dicono diversi osservatori internazionali. Il presidente del COPASIR, Giacomo Stucchi, non ha escluso che in Italia si possa arrivare a un regime speciale, con le forze armate per le strade della penisola in modo da aumentare la percezione di sicurezza. Ma, come già fatto notare più volte su queste pagine, la vera guerra è quella del radicalismo di matrice islamica. Is e Al-Qaeda stanno continuando a fronteggiarsi al fine di aver l’uno la meglio sull’altro. L’Europa è il luogo di conflitto preferito, così vulnerabile perché aperta all’integrazione e così simbolica.

Odio. Contiamo i morti. Piangiamoli. Stiamo all’erta. Ma non dimentichiamo che alla paura ha già fatto seguito l’altra faccia della medaglia. È l’odio verso il diverso, in questo caso i musulmani. Scorrere i social media, da Facebook a Twitter, in queste ore è spaventoso. La rabbia prende il sopravvento e fa vomitare odio perfino ai più moderati. Anche in questo caso, è quello che vogliono sia Is sia Al-Qaeda, in modo da portare la battaglia di religione, quella che loro stanno tentando di inculcare nella testa degli europei a suon di attentati, sul piano più cruento. Un nuovo Medioevo rischia di concretizzarsi, tra oscurantismo, battaglie sociali, scontri religiosi e conflitti di cultura. 

Attesa. Bisogna attendersi altri attentati. Inutile girarci intorno. I servizi di intelligence, statunitensi e britannici, hanno messo in guardia le cancellerie europee sulle nuove tattiche dell’Is. Gli obiettivi sensibili sono tanti, troppi. E i mezzi per perpetrare il terrore sono numerosi. Dai tir come quello di Nizza alle autocisterne cariche di carburante, passando per le armi non convenzionali, che sarebbe l’ultima evoluzione prima di un conflitto contro l’Is probabilmente su scala globale.

Stanchezza. Sì, io e voi siamo stanchi. Io di scrivere ancora queste parole, voi di leggerle. Lo avevo già scritto lo scorso 23 marzo, dopo gli attentati a Brussels. E come scrissi, occorre intensificare il rapporto tra le diverse agenzie di intelligence nazionali, al fine di migliorare la condivisione di informazioni rilevanti, pur tenendo conto che il rischio zero non esiste, né esisterà. I soft target sono e resteranno vulnerabili, a meno di non impegnare ingenti risorse finanziarie e cedere gran parte della nostra libertà. E non tutti sono disposti a farlo. Ma insieme al lavoro di intelligence occorre fare una cosa che finora non è stata compiuta. Occorre tagliare le sorgenti del finanziamento di Is e Al-Qaeda. È possibile farlo? Sì, perché è noto dal 2013 che Qatar e Arabia Saudita flirtano con Is, più o meno indirettamente. I rapporti di RAND, o del Combating Terrorism Center at West Point, parlano apertamente di come l’Is si sta finanziando. Il CTC, a maggio, ha pubblicato un memo su come lo Islamic state sta raccogliendo fondi attraverso il microfinanziamento dei foreign fighters presenti in Europa. Si conoscono i nomi, si conoscono gli strumenti. E si fa troppo poco. Ignorare questi canali e le relazioni esistenti fra alcuni Paesi del Golfo e il terrorismo significa aspettare inermi la prossima strage. Come fatto finora.

@FGoria

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