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Perché in Libia bisogna agire in fretta, nonostante i rischi

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Dopo aver lasciato il Paese in mano alle divisioni, ora serve una strategia chiara e decisa. Ma contro chi si combatterà? ISIS sa molto di noi, ma noi poco, forse troppo poco, di loro. 

 REUTERS

Non stupiamoci di cosa sta avvenendo a poche centinaia di chilometri da noi, in Libia. Stupirsi è il modo peggiore di approcciare una vicenda che ci è già sfuggita di mano. Sia chiaro: non è sfuggita solo all’Italia, ma a tutta la comunità internazionale. La risposta che serve ora deve essere decisa, anche a costo di essere impopolare. Ignorare la minaccia non servirà a ridurne il potenziale pericolo. Contrastare gli estremismi con ogni mezzo, aiutando uno Stato a trovare la sua dimensione, è la chiave di volta. 

Nell’ottobre del 2013, su Linkiesta, Valentina Saini scriveva che “a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, c’è uno stato sull’orlo dell’abisso. Questo stato si chiama Libia”. Ora che le milizie jihadiste dell’ISIS hanno guadagnato terreno, non resta altro che procedere con una soluzione politica alla risoluzione delle controversie. E non deve essere dimenticato che anche la guerra è parte della politica, come scriveva Claus von Clausewitz. “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”, scriveva in Vom Kriege il generale prussiano. A distanza di 183 anni dal suo trattato di strategia militare, ancora oggi viviamo gli stessi momenti. E li viviamo quasi sui nostri confini. 

Photo REUTERSPhoto REUTERS

Come ha scritto un mese fa Arturo Varvelli, ricercatore dell’ISPI e uno dei massimi esperti italiani di Libia, il Paese “ormai da diversi mesi, sta vivendo un periodo di nuovo conflitto civile dopo quello del 2011 che ha visto la caduta del regime di Muammar Gheddafi”. Due parlamenti, due governi, stessa incapacità di gestire la politica interna. È uno scenario di tribalità estrema, con territori controllati con estrema difficoltà. Dopo la caduta di Gheddafi, la Libia è stata lasciata da sola, abbandonata a sé stessa, come se lo sforzo militare profuso non fosse che il preludio a una ricostruzione dell’intera nazione. Questo non è avvenuto. È da mesi che si sa che la città-stato di Derna, situata sulle coste del Mediteranneo, è diventata una postazione cruciale per le milizie vicine a ISIS, così come per i radicali di Ansar al-Sharia. Eppure, cosa si è fatto? 

Laddove regna il caos, chi porta ordine è vincitore. E poco importa se l’ordine sia da intendere quello jihadista, perché in una nazione separata da divisioni incolmabili e in preda alla compulsività politica chi vende sogni, di qualunque natura essi siano, è destinato a prendere il potere. Questo è successo, e sta ancora succedendo in Libia, dove ISIS ha fatto breccia in una società in cui la varietà di lingue e tribù è da sempre stata la peculiarità. Dov’era in questo l’Europa? E dov’era la politica italiana di vicinato? Vale la pena ricordare che il governo di Enrico Letta qualcosa fece. Durante il G8 di Lough Erne, era il giugno 2013, decise di intervenire nella fase di ricostruzione. “La Libia è per noi una grande preoccupazione e in quel Paese l’Italia intende avere un ruolo molto attivo, fornendo assistenza per la formazione delle strutture militari, aiutando a costruire istituzioni che funzionino”. L’obiettivo era quello di sminare il Paese, togliendo le armi alle milizie. Furono inviati nuclei speciali dei Carabinieri e dei Servizi, ma senza un supporto delle altre nazioni era impossibile pensare di poter stabilizzare la crisi in corso, come avevano discusso Letta e il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama il 20 maggio 2013. 

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L’inefficienza della risposta occidentale ha regalato un quadro tanto pericoloso per la Libia quanto fertile per gli estremismi. Quindi non stupiamoci se oggi i miliziani dell’ISIS minacciano l’Italia e sono arrivati a conquistare Sirte. E non stupiamoci ancora se l’unica risposta potrebbe essere quella di un conflitto a tutti gli effetti, aperto. Come ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni “l’Italia rimane al lavoro con la comunità internazionale per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato unitario e inclusivo in Libia”. E se per fare questo bisogna essere, e cito le parole di Gentiloni, “pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale”, allora si decida in fretta, senza i tentennamenti di cui ha paura il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che oggi ha invitato alla calma. Del resto, è lapalissiano che le soluzioni diplomatiche e le negoziazioni dell’intelligence non abbiano avuto gli esiti sperati. Come ha fatto notare sul Corriere della Sera di oggi Fiorenza Sarzanini, i servizi segreti italiani hanno ricordato che “mai il nostro Paese è stato così esposto”. 

Tanto basta per avviare la macchina della risoluzione militare. Ma per vincere una guerra bisogna aver ben chiare due cose: chi siamo e contro chi è il conflitto. Come scriveva Sun Tzu ne “L’Arte della Guerra”, se si conosce il nemico e se si conosce sé stessi, mai sarà in dubbio il risultato di cento battaglie. E noi siamo consapevoli di questo? La risposta, purtroppo, è incerta su ambo i versanti. Sebbene l’intelligence dei Paesi NATO lavori da anni su ISIS, sono troppe le incognite, dai canali di finanziamento alle strategie militari. Quello che si sa, di contro, è che ISIS conosce bene i nostri punti deboli, a cominciare da fin dove possono arrivare. Sanno dove colpire e come farlo, anche sui social media, come dimostrano gli attacchi al CENTCOM statunitense o a Newsweek. E noi? Noi, per contrastare l’avanzata mediatica di ISIS abbiamo dovuto fare affidamento ad Anonymous. E la sconfitta in Libia testimonia c’è una significativa asimmetria informativa, in cui è l’Occidente la parte debole. Non bisogna quindi aver timore di improvvisare, perché molto spesso questa porta alla vittoria. Semmai, bisogna aver paura del tempo perso finora.

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