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Putin e la politica del caos a cui l’Europa sta abboccando

C’è qualcosa di più pericoloso della Grecia in Europa. Si chiama Russia. O meglio, è il caos che sta scatenando Mosca. L’Ucraina è prossima al collasso economico - le riserve valutarie sono ridotte all’osso e senza un prestito del Fondo monetario internazionale non arriverà a fine mese - e nell’est impazza la guerra. Il rischio è che il piano di Vladimir Putin, trascinare l’Ue nel pantano ancora più di quanto non vi sia già, arrivi a compimento.

Moscow, RussiaRussia's President Vladimir Putin listens to German Chancellor Angela Merkel during a meeting on resolving the Ukraine crisis at the Kremlin in Moscow February 6, 2015. The leaders of France and Germany flew to Moscow on Friday in a last-ditch effort to negotiate a peace deal for Ukraine, but expectations of a breakthrough were low after gains on the battlefield by pro-Russian rebels. REUTERS/Maxim Zmeyev

Dietro alle scelte di Vladimir Putin, apparentemente difficili da capire, c’è un ordine preciso. Le menzogne, le mezze verità, le aperture al dialogo, le chiusure, le negoziazioni schizofreniche e le telefonate hanno lo scopo di mostrare tutte le debolezze della politica estera dell’Europa. Come scriveva Carl Gustav Jung, “in ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto”. Ed è vero. Putin, negoziando con il presidente francese François Hollande e il cancelliere tedesco Angela Merkel, delegittima de facto il ruolo dell’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini. La Nato non è stata a guardare, dato che ha deciso di aumentare da 13.000 a 30.000 unità la sua presenza in Est Europa, creando nuove postazioni in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. Una mossa per placare l’avanzata di Putin. Come ha ricordato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, si tratta del “più grande rafforzamento e riposizionamento della difesa collettiva della Nato fin dai tempi della Guerra Fredda”. Non esattamente uno scenario di semplice gestione.

La Russia non sta a guardare e, oltre alla partita ucraina, cerca di disturbare Bruxelles anche sotto l’altro fronte di tensione nel Vecchio continente, quello greco. Putin ha invitato a Mosca il nuovo primo ministro ellenico Alexis Tsipras nei giorni scorsi e c’è da scommetterci che non si tratta di un invito disinteressato. Sa che le negoziazioni fra Atene e Bruxelles sono ai ferri corti. Sa che molti, fra Commissione europea e Banca centrale europea, sono stufi della piega che stanno prendendo le vicende in Grecia. Sa che, oggi più che nel 2012, una possibile uscita (o meglio, cacciata) di Atene dall’eurozona è vicina. Ed è per questo che tenta di ammaliare Tsipras, in modo da rendere ancora più confuso il quadro nell’area euro, e portarla verso l’abisso della perdita di credibilità di fronte agli investitori internazionali, quello che si creerebbe nel caso di una secessione della Grecia dalla zona euro.

La Russia punta al caos perché le è utile. Il disordine che è capace di creare può essere una ritorsione significativa per l’Europa che cerca disperatamente la ripresa economica. La Russia è come un animale rabbioso che cerca di contagiare il più possibile gli altri. O, per chi è avvezzo con la narrativa di J.R.R. Tolkien, ricorda il Balrog che, colpito da Gandalf, tenta di trascinarlo nel dirupo. È questo il suo modo di reagire e all’interno dei suoi territori continua a rafforzarsi l’idea che l’Europa vuole distruggere il Paese, che però può essere indipendente economicamente. Un concetto, quest’ultimo, che non è vero. Senza l’intervento della banca centrale cinese, che nelle scorse settimane ha approvato una serie di swap valutari con la banca centrale russa, il rublo avrebbe continuato a perdere terreno nel cross contro le altre valute. E senza gli accordi commerciali per la fornitura di gas naturale siglati nell’ultimo anno, sempre con la Cina, Mosca sarebbe stata ancora più isolata.

Come ha ricordato la settimana scorsa il numero uno della banca centrale russa, Elvira Nabiullina, la Russia ha perso circa 160 miliardi di dollari dal crollo del prezzo del petrolio da 100 dollari al barile agli attuali 50. E dopo i rialzi ai tassi d’interesse, a oggi stabilmente in doppia cifra, il tasso d’inflazione in gennaio è passato a quota 15% anno su anno, contro l’11,4% fatto segnare a dicembre. Come se non bastasse, il ministro russo dell’Economia Alexei Ulyukayev ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’anno in corso. A oggi è prevista una contrazione di tre punti percentuali, ma potrebbe essere anche maggiore, come ha ricordato la banca statunitense Goldman Sachs in una nota di fine gennaio. Colpa soprattutto della fuga di capitali dal Paese, che Ulyukayev ha quantificato in circa 115 miliardi di dollari nel corso del 2015. In pratica, che ha spiegato la banca angloasiatica HSBC, l’economia russa è vicina al collasso. Specie se la Cina dovesse decidere di chiudere i rubinetti della liquidità dietro alla pressione degli USA. A inizio gennaio le riserve valutarie si sono ridotte ancora, scendendo per la prima volta dal 2007 sotto quota 400 miliardi di dollari. Per la precisione, secondo i dati della banca centrale russa, a inizio gennaio ammontavano a 378 miliardi di dollari. Assai meno dei quasi 550 miliardi di dollari del settembre 2011. Più il cappio si stringe intorno a Mosca, più Mosca si dimena, nel tentativo di scatenare il caos.

Cosa fare quindi? Più che nel caso ellenico, è in Russia che si capirà dove vuole andare l’Europa. O si decide di prendere scelte impopolari, incuranti della diplomazia commerciale e degli accordi economici con la Russia, cercando di chiudere il cerchio intorno a Putin con fermezza, decisione e unità. Oppure si lascerà a Mosca il coltello dalla parte del manico. L’Europa ha di fronte a sé un bivio capace di condizionare la sua esistenza. Il problema è che non se ne vuole rendere conto.

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