Quel flirt con il Grexit che può devastare Grecia ed Europa

Ieri notte, alle 22:55, il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, ha detto una frase che racchiude al meglio ciò che sta vivendo l’Europa. “Questo è il momento più critico nella storia dell’Ue e dell’eurozona”, ha spiegato ai giornalisti dopo l’Euro summit sulla Grecia. Ed è vero. Oggi il mondo si è svegliato e ha capito che l’euro può non essere irreversibile. Il contrario di quanto sempre affermato dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi dal momento del suo insediamento all’Eurotower a oggi. Ora la pazienza dei policymaker è finita. Se il governo greco guidato da Alexis Tsipras non riuscirà a presentare un programma di riforme serio e concreto entro domani, con ogni probabilità prenderà la via dell’uscita, de facto, dalla zona euro.

Athens, Greece - A woman carrying bags of goods makes her way past a stencil depicting German Chancellor Angela Merkel as a Disney character in Athens May 26, 2015. REUTERS/Alkis Konstantinidis

“Guarda, sono onesto. Questa potrebbe essere la settimana più triste nella storia dell’eurozona”. Così, senza troppi giri di parole, spiega un alto funzionario della Commissione europea. Uno di quelli che è sempre stato fiducioso in un accordo capace di traghettare la Grecia fuori dalla palude in cui è entrata nel 2009, quando George Papandreou andò al governo e scoperchiò il vaso di Pandora rappresentato dai conti pubblici. Quello che era sempre stato considerato, a Palazzo Berlaymont, “lo scenario più sfavorevole”, rischia di diventare realtà. “Tutto quello che poteva essere stato fatto, è stato fatto. Ora dipende dai greci. Se vogliono continuare così, prego”, continua la fonte. E, a giudicare dalle indiscrezioni che emergono, di notizie positive ce ne sono davvero poche. Il meeting a 28 di domenica prossima rischia di essere quello che sancirà la fine della Grecia nell’aera euro. Lo confermano anche gli investitori, economisti e gestori di fondi. Un sondaggio, pubblicato oggi, condotto da Reuters ha evidenziato, per la prima volta nella storia di questi sondaggi periodici, che la maggior parte degli economisti delle banche d’investimento ritiene che la Grecia possa secedere dall’eurozona. Nello specifico, il 55% di essi considera questo come lo scenario di base. Una sola settimana fa, la percentuale era fissa a 45 punti. Ma non solo. Pure gli analisti di una banca generalmente ottimista come Credit Suisse, in una nota diffusa oggi, ritengono che il quadro di base sia proprio quello della Grexit, con conseguente ridenominazione della valuta in Grecia.

Nel caso la proposta greca non dovesse arrivare in tempo utile, o non dovesse soddisfare le esigenze dei creditori internazionali, allora bisognerebbe mettere mano ai piani di contingenza. Quelli di cui lo stesso presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha confermato l’esistenza proprio ieri. Della loro presenza, però, era noto da tempo. Sia la DG ECFIN della Commissione sia la Bce hanno preparato, nei mesi scorsi, dei modelli per comprendere in che modo contingentare gli effetti - economici, finanziari e legali - di una possibile secessione della Grecia dalla moneta unica. Secondo alcune fonti diplomatiche, tra l’altro, ci sarebbe anche una scappatoia per evitare l’uscita anche dall’Europa (e quindi, niente più mercato unico, niente più Schengen). A oggi, infatti, secondo l’articolo 50 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, non è possibile recedere dall’Unione monetaria, ma solo dall’Ue (e conseguentemente dall’Uem). Ma, per l’appunto, ci sarebbe un’altra via legale, non meglio specificata dalle fonti interpellate.

Non sappiamo cosa succederà domenica prossima, ma possiamo tentare di tirare alcune conclusioni dopo il referendum di domenica scorsa. La prima, già argomentata a inizio settimana, è che la demagogia di Tsipras è stata tale da risultare distruttiva per un intero Paese. La Grecia continua ad avere limitazioni alla libera circolazione di capitale, il sistema bancario resta appeso alla liquidità dell’Emergency liquidity assistance (Ela) della Bce, la fiducia degli investitori è in picchiata e pure quella dei policymaker. La demolizione, nell’arco di pochi mesi, di questa fiducia è forse il danno peggiore compiuto dall’esecutivo a trazione Syriza. E non basterà un semplice papello da 25 pagine per ripristinarla. Non, stando a sentire le voci nei corridoi dei palazzi istituzionali di Bruxelles, dopo il referendum, considerato nemmeno troppo implicitamente “un affronto mai visto prima, tutto il contrario dei principi fondanti dell’Ue”.

La seconda conclusione è la miopia, sempre più evidente, dei policymaker europei. Che la situazione greca fosse grave era noto da tempo. Ma non era scontato che diventasse drammatica come è oggi. Si poteva evitare tutto ciò? Sì, evitando di fare summit inutili a ripetizione e evitando di arroccarsi sulle proprie posizioni. Posizioni, peraltro, condivisibili, come il completamento del secondo programma di salvataggio. Il più grande errore, però, è forse stato sottovalutare la schizofrenia negoziale di Tsipras e del suo ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. Per la serie, alzare la voce prima, per evitare di alzarla all’ultimo, quando sembra che non ci sia più niente da fare.

La terza e ultima conclusione ci porta direttamente al 13 settembre 2008, il sabato precedente al crac Lehman Brothers. A Bruxelles e dintorni si respira la stessa aria che si respirava a Wall Street quasi sette anni fa. Gran parte delle cancellerie e considerano l’uscita della Grecia dall’eurozona come “gestibile”. Difficile che lo sia, nonostante la dimensione economica del Paese sia piccola rispetto all’intera area euro e che circa il 75% del debito sia in mano a creditori ufficiali quali il Fondo monetario internazionale (Fmi), il fondo European financial stability facility (Efsf), la Bce e i Paesi membri. Sono del tutto incalcolabili gli effetti finanziari sulla fiducia degli investitori e sul fronte interbancario, così come sono inquantificabili le conseguenze geopolitiche di un evento di tale portata. Come scritto lunedì scorso, l’Europa non morirà dopo queste settimane. Ma dovrà imparare dai propri errori per evitare il ripresentarsi di situazioni così imbarazzanti, a livello globale, come quella ellenica.

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GUALA
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