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Se le elezioni americane saranno una gazzarra dovremo ringraziare Donald Trump

WASHINGTON, DC - Gli analisti politici di tutto il mondo ora si stanno sfogando. Lo strascico del Super Tuesday è potente non solo negli Stati Uniti. Con l’affermazione di Hillary Clinton in campo democratico e di Donald Trump in quello repubblicano si apre una nuova fase, potenzialmente pericolosa per gli USA. Inizia infatti, anche per l’America, l’epoca della politica urlata. E a portare il dibattito su questo piano è stato l’imprenditore newyorkese.

U.S. Republican presidential candidate Donald Trump speaks at a campaign rally in Nashua, New Hampshire December 28, 2015. REUTERS/Brian Snyder

L’ex Segretario di Stato doveva vincere e convincere. E ha vinto, ma non convinto a pieno. In Texas, Georgia, Tennessee, Virginia, Massachussetts, Alabama e Arkansas. Al rivale democratico, il progressista senatore del Vermont Bernie Sanders ha lasciato il suo Stato, il Minnesota, il Colorado e l’Oklahoma. Eppure, c’è poco da stare allegri in casa liberal. «Questo Paese appartiene a tutti noi, non solo a chi guarda in una direzione, prega in una direzione o pensa in una direzione», ha detto Hillary nel suo discorso dopo i risultati. Ma poi ha iniziato a usare la stessa retorica divisiva di Trump, alimentando la polarizzazione tra chi è contro l’establishment, di cui la Clinton fa parte, e chi è contro, come Trump e Sanders.

Tra i repubblicani, la partita ha visto Trump vincere in Georgia, Tennessee, Virginia, Massachussetts, Vermont, Alabama, Arkansas, lasciando a Ted Cruz il suo Texas e l’Oklahoma, mentre Marco Rubio, il grande perdente della serata, si è dovuto accontentare del Minnesota. Tuttavia, sebbene la performance di Trump sia stata notevole, la somma dei delegati dei suoi concorrenti in campo GOP non gli permette di dormire sonni tranquilli. Per ora, il miliardario che vuole erigere un muro sul confine tra USA e Messico è ancora dietro. La convention repubblicana, però, inizia il 18 luglio prossimo. Dopo l’endorsement di Chris Christie, tacciato di essersi venduto al miglior offerente dai suoi detrattori, non è escluso che possano giungerne altri, in casa Trump.

Analizzando la dialettica, e il modus operandi, del magnate newyorkese non si possono non notare alcuni particolari. Il primo riguarda il suo discorso dopo il voto. Trump non ha effettuato un discorso, bensì una conferenza stampa. Ha condotto i giornalisti e gli analisti come farebbe un capitano d’azienda, giostrandosi tra le domande e gigioneggiando con la stampa. Non solo. Il miliardario ancora una volta ha voluto smarcarsi dallo stile, sempre più o meno sobrio e difficilmente urlato, dei politici statunitensi. Il suo messaggio anti-establishment è stato recepito dalla sua base, ma anche da quella degli indecisi. Come ha sottolineato pochi giorni fa il New York Times, «Trump è un bugiardo». Sì, e come tutti i bugiardi, regala sogni e soluzioni facili. Sul fronte economico, su quello della politica estera, su quello della politica interna. Un imbonitore, è stato definito dai suoi detrattori. Ma più urla, più guadagna preferenze.

Il secondo particolare riguarda invece il futuro della campagna elettorale statunitense. Se la Clinton vorrà essere della partita contro un Trump che con ogni probabilità alzerà ancora una volta i toni, portandoli a livelli ben noti ai cittadini italiani, l’ex First Lady non potrà essere da meno. E così, invece che decidere in base alle mere proposte concrete, gli americani si ritroveranno a dover scegliere chi urla con più raziocinio. Su base nazionale, secondo i dati sui sondaggi raccolti e aggregati da Real Clear Politics, Trump resta staccato da Clinton per tre punti percentuali, 43.5% per il tycoon, 46.5% per l’esponente della famiglia Clinton. Se Trump volesse sorpassare l’ex Segretario di Stato dovrà per forza attaccarla personalmente (non solo sullo scandalo email), e la Clinton se non vuole perdere dovrà ribattere a tono, in uno scontro che di corretto avrà poco, forse pochissimo.

Infine, la terza questione, finora irrisolta. La polarizzazione del dibattito, resa estrema dall’avvento di Trump, rischia di far passare in secondo piano i problemi del Paese, sia sul versante domestico sia su quello internazionale. Il dibattito sulla disuguaglianza sociale, introdotto con vigore da Sanders, potrebbe essere dimenticato, una volta che Trump e Clinton si scontreranno battibeccandosi personalmente per conquistare gli indecisi. Allo stesso modo, c’è il timore che possa diventare minoritaria la discussione riguardo il ruolo degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali del prossimo decennio, le cui basi dovranno per forza essere poste dal prossimo inquilino della Casa Bianca. 

Il pericolo, nemmeno troppo remoto, è che a forza di urlare i candidati perdano di vista l’obiettivo di lungo periodo, cioè trovare una stabilità per un’America che - per colpa della crisi subprime e del Pivot to Asia - ha avuto una flessione nella sua influenza internazionale. Se così sarà, bisognerà ringraziare la persona che ha modificato, si spera non per sempre, la retorica elettorale statunitense: Donald Trump. Ma è davvero questo ciò di cui l'America ha bisogno nel 2016?

@FGoria

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