Se vuole salvare la Grecia, Tsipras deve smetterla di bluffare

Ci sono due modi per leggere ciò che sta accadendo in queste ore sul fronte Atene-Bruxelles. C’è il lato politico e quello economico. Del secondo, si conosce quasi tutto. La Grecia è nella piena emergenza di liquidità. Mancano i soldi per rimborsare i prestiti erogati negli anni passati, l’emorragia dei depositi bancari continua a ritmo sostenuto, la recessione è tornata nel Paese.

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E non potrà andare meglio senza un accordo fra il governo di Alexis Tsipras e il Brussels group composto da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce), Commissione Ue e European stability mechanism (Esm). E qui entra in gioco il versante politico. Quello più importante, quello che finora ha impedito un’intesa per il salvataggio di Atene. Nessuna delle parti in gioco - governo ellenico e Brussels group - è disposta a cedere di un passo. E il rischio di un incidente, quella uscita “accidentale” della Grecia dall’Eurozona citata a microfoni spenti da molti funzionari europei, cresce sempre di più.  

Thomas Wieser, numero uno dell’Euro Working Group, il team che coordina i lavori preparatori dell’Eurogruppo, è un uomo che parla molto. Ma negli ultimi giorni è rimasto in silenzio. Come riportano diverse fonti, anche Wieser è preoccupato della situazione che si è venuta a creare intorno alla proposta della Commissione europea e alle controproposte del governo Tsipras. Già, le controproposte. Perché non ne esiste solo una, chiara e precisa, ma almeno quattro, tutte diverse. Partiamo dalla prima, quella siglata dalla Commissione Ue e poi diramata dal Brussels group. L’obiettivo per la Grecia era il raggiungimento di un surplus primario dell’1% del Pil per l’anno in corso e del 2% per il successivo. Molto meno, quindi, della richiesta originale contenuta nel memorandum of understanding del secondo programma di supporto siglato nel 2012. Questa infatti chiedeva alle autorità elleniche di conseguire un avanzo primario del 3,5% del Pil nel 2015 e del 4,5% nel 2016. Meno surplus primario uguale meno austerity. In teoria, una concessione significativa al governo Tsipras, che ha condotto tutta la campagna elettorale invocando meno consolidamento fiscale e che ha ricevuto il mandato politico dei cittadini alla rinegoziazione del programma di bailout targato 2012. 

Nonostante ciò, il leader di Syriza, spinto dall’ala più radicale del partito, ha deciso che non era abbastanza. Syriza vuole un condono del debito, non vuole modificare il mercato del lavoro per rendere più sostenibile nel lungo periodo e non vuole metter mano alla riforma della previdenza sociale. In pratica, non vuole completare quanto promesso nell’ambito del secondo programma. Scelta politica legittima, ma che rischia di catapultare il Paese all’interno della peggiore fase della sua storia moderna. 

La situazione della finanza pubblica, e privata, è disastrosa. Anche dopo aver rastrellato circa 2,5 miliardi di euro dai conti di liquidità degli enti pubblici in aprile, non ci sono abbastanza soldi per far fronte alle esigenze da qui alla fine dell’anno, circa 38 miliardi di euro. Infatti, solo di rimborsi al Fmi, alla Bce e rollover dei titoli di Stato a breve, tra giugno e agosto la Grecia dovrà sborsare 19,256 miliardi di euro. Il tutto senza contare i circa 1,6 miliardi di euro al mese per stipendi e pensioni del settore pubblico. La situazione migliorerà a partire da settembre, ma il problema è arrivarci. 

Stando alle ultime indiscrezioni raccolte parlando con i funzionari della Dg Ecfin della Commissione europea, la frustrazione è ai massimi livelli. “Le trattative sono ferme perché le autorità greche hanno avuto e hanno ancora oggi comportamenti schizofrenici”, sottolinea un funzionario. “Non vogliono comprendere che è intenzione nostra di rendere sostenibile il Paese, non di distruggerlo”, commenta piccato. Versione opposta quella che arriva dalla segreteria politica di Syriza. “Dopo anni di fame e vessazioni, abbiamo l’opportunità di far vedere al mondo che il popolo greco combatte e resiste contro il neoliberismo e le prevaricazioni di un’Europa totalitaria”, scrivono. Più o meno le stesse parole usate dal ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis una volta nominato al dicastero: “La troika ha distrutto con violenza un Paese prospero e l’Unione europea è l’equivalente di un regime totalitario”. Ragionare sulla base di una dialettica così estrema non è funzionale a un accordo a breve. 

Il problema è il tempo. La Grecia, entro il 30 giugno, deve rimborsare al Fmi circa 1,5 miliardi di euro e necessita dello sblocco della tranche, attualmente congelata, di 7,2 miliardi nell’ambito del secondo programma. Tecnicamente, un’intesa dovrebbe arrivare entro l’Eurogruppo di domani, anche se è possibile che in caso di fumata nera un nuovo vertice straordinario possa essere chiamato nel weekend o all’inizio della prossima settimana. Se non arriverà una fumata bianca, allora potrebbe diventare realtà quell’uscita “accidentale” dall’Eurozona. Sebbene da un punto di vista legale non sia possibile, in quanto secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, si può uscire (o meglio recedere) dall’Unione europea, non dall’area euro. Ma il sistema bancario greco è tenuto in vita dall’Emergency liquidity assistance (Ela), il canale di liquidità emergenziale a cui è stato dato il via libera mesi fa. Esso fornisce liquidità (attualmente siamo oltre 80 miliardi di euro), ma ripartisce i rischi operativi non all’interno dell’Eurosistema, bensì solo sulla banca centrale ellenica. In caso di mancato accordo, è possibile che la Bce stacchi la spina dell’Ela, estromettendo de facto la Grecia dall’Eurosistema. E un sistema bancario come quello greco, che ha visto nel periodo ottobre 2014-aprile 2015 la fuga di circa 30 miliardi di euro di depositi, collasserebbe in pochi giorni. Nel tentativo di arginare la situazione, la banca centrale greca sarebbe costretta a imporre misure di limitazione alla libera circolazione dei capitali, come successo a Cipro nel 2013, alimentando le tensioni sociali e rischiando di trascinare il Paese nel più totale disordine.  

È questo ciò che vuole Tsipras? Il suo mandato elettorale non prevede l’uscita della Grecia dall’eurozona, né volontaria né indotta dai fatti. Le concessioni da parte dei creditori internazionali ci sono state e continuano a esserci, ma Tsipras non può continuare a giocare con il fuoco. Il 26 gennaio scorso, il giorno dopo la vittoria di Tsipras alle urne, abbiamo scritto parole che ancora oggi valgono: “Più cresce l’incertezza legata al destino del Paese, più i mercati saranno sotto stress. E l’unica rete di protezione talmente forte da contrastare queste spinte è l’area euro. Ecco perché Tsipras dovrà negoziare con la troika, dopo averla attaccata a lungo. Potranno esserci delle concessioni, ma il pacchetto di misure strutturali da introdurre non muterà”. Così è stato. Ma la doppia dialettica del primo ministro greco - cordiale in Europa, ostile in patria - deve finire. Perché a patire, in caso di deragliamento delle trattative, non sarà tanto la classe dirigente ellenica, quanto i cittadini. Quelli cioè che, nella maggioranza assoluta secondo i sondaggi, non vogliono uscire dalla moneta unica. 

L’alleggerimento c’è stato, così come la comprensione delle esigenze elettorali. Ma il tempo è finito. E se Tsipras non vuole essere ricordato come il politico che per la prima volta ha condotto fuori dall’euro area il proprio Paese, è meglio che inizi a comportarsi in modo razionale e onesto. Proprio quanto non fatto finora. 

@FGoria

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