Una notte di trattative dure, durissime. Mai nella storia dell’eurozona si era vista una notte come quella appena trascorsa. Di buono c’è che, per ora, la Grecia non è uscita dall’eurozona. Di brutto, e oltremodo desolante, c’è che l’Euro summit sulla Grecia ha fatto troppe vittime. E le conseguenze del vertice di stanotte sono ben più profonde di quanto si possa immaginare.

Brussels, Belgium Greek Finance Minister Euclid Tsakalotos and International Monetary Fund (IMF) Managing Director Christine Lagarde (back C) attend an euro zone finance ministers meeting in Brussels, Belgium, July 12, 2015. REUTERS/Francois Lenoir


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“A memoria non ricordo niente di tutto questo”. Parla così, con la stanchezza nella voce, un alto funzionario della Commissione europea che ha seguito da vicino i lavori per il summit che potrebbe aprire la strada a un terzo programma di salvataggio della Grecia, dopo quelli del 2010 e del 2012. Tutto dipenderà però da Alexis Tsipras e dalla sua capacità di convincere il Parlamento ellenico a votare le misure richieste per l’inizio delle trattative sul nuovo piano di sostegno. “C’è stato ben più di un momento nel quale ho pensato che fosse arrivato quell’istante in cui avremmo visto la prima uscita dall’eurozona di uno Stato membro”, continua il funzionario. Leggendo il documento finale, che trovate qui, si scorge tutta la durezza di uno scontro che poteva essere evitato.

La linea dura ha, per ora, premiato. Nel senso che almeno c’è un accordo da cui partire. Quelle parole, riportate sulla bozza del documento discusso dai leader di Stato e preso pari pari dalla bozza tedesca, che facevano riferimento all’uscita temporanea della Grecia dalla moneta unica, hanno avuto un effetto destabilizzante su molti. Come spiegano fonti diplomatiche tedesche, “non si poteva fare altrimenti, data l’incapacità a voler accettare compromessi da parte delle autorità greche”. Sarà stata anche una mossa premeditata e studiata nel dettaglio, ma di sicuro stanotte è venuto meno uno dei concetti di fondo dell’area euro: la sua irreversibilità. Utilizzare quella frase, seppur in propedeutiche parentesi quadre come da prassi, è il frutto di una situazione, portata all’estremo, che poteva essere risolta ben prima, e con meno vittime.

La prima vittima è la fiducia nelle istituzioni europee. Abbiamo scritto più volte che la demagogia di Tsipras ha distrutto quel poco di ripresa che si stava affacciando in Grecia a fine 2014. Ma allo stesso tempo, il dogmatismo di alcuni Paesi, come Finlandia, Slovacchia, Olanda e Germania, ha deteriorato molto la confidenza che gli investitori internazionali avevano nell’area euro. Se è vero che la Grecia è un caso unico, è altrettanto vero che la miopia di diverse cancellerie ha quasi creato più danni che benefici. Arginare il populismo e l’inadeguatezza di alcune figure del governo ellenico, come l’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, poteva e doveva essere fatto prima. Non è un caso che il documento finale dell’Euro summit abbia un intero paragrafo su questo punto. Si chiede infatti alla Grecia di “normalizzare pienamente i metodi di lavoro con le istituzioni, anche per quanto riguarda i lavori necessari da svolgere in loco ad Atene, al fine di migliorare l'attuazione e il controllo del programma”. Dopo mesi di faciloneria, proclami, telefoni staccati e tanta approssimazione, è il momento di crescere. Ma andava fatto tutto molto prima. Invece che alzare la voce solo nel finale, i leader europei (o presunti tali) dovevano svegliarsi prima, anche per evitare le facilmente immaginabili ripercussioni geopolitiche derivanti da un’uscita della Grecia dalla zona euro.

La seconda vittima è il sistema finanziario ellenico. Le banche continuano a essere chiuse e probabilmente lo saranno fino al 22 luglio, l’altra deadline cruciale segnata nel documento finale dell’Euro summit, entro la quale si dovranno completare l’adozione del codice di procedura civile e la trasposizione della Bank recovery and resolution directive (Brrd), che disciplina risanamento e risoluzione delle banche europee e che bisognava trasporre entro il 31 dicembre scorso. Gli istituti di credito greci continuano a essere dipendenti dalla liquidità overnight elargita dalla Banca centrale ellenica tramite l’Emergency liquidity assistance (Ela), lo strumento emergenziale della Bce. A oggi, il cap dell’Ela rimane fisso a quota 89 miliardi di euro, data l’obiezione posta all’innalzamento da parte della Banca centrale nazionale di Atene. Il peggio, tuttavia, potrebbe ancora arrivare. Il documento siglato stamattina, infatti, prevede che ci sia un secondo round di controlli sulle banche elleniche, dopo il Comprehensive assessment dello scorso anno, che ha dato il via alle attività del Single supervisory mechanism (Ssm), il braccio di vigilanza bancaria unica della Bce. Dice il documento che “la Bce/Ssm realizzeranno una valutazione globale dopo l’estate. La riserva cuscinetto complessiva coprirà eventuali deficit di capitale successivi alla valutazione globale dopo l’applicazione del quadro giuridico”. E ora pensiamo a cosa è successo alle banche del Paese negli ultimi mesi, tutti fatti che hanno portato alla decisione di introdurre misure di limitazione alla libera circolazione dei capitali. Fuga dei depositi bancari, erosione della qualità degli asset governativi in pancia, riduzione del capitale di base, aumento dei repurchase agreement per far fronte alle esigenze di liquidità overnight, aumento dei Non-performing loan. Traduzione: la verifica del Ssm della Bce dopo l’estate potrebbe evidenziare problemi ben più seri di quelli emersi il 26 ottobre scorso, quando furono pubblicati gli esiti del Comprehensive assessment.

E qui si arriva alla terza vittima, ovvero i cittadini greci. Prima meglio guardare il lato finanziario. I capital control sono una misura inaudita, se si guarda al rapporto di fiducia fra Stato e cittadino. Ma nel caso della Grecia, come in quello di Cipro (sebbene le due fattispecie sono ben differenti), non si poteva fare altrimenti per evitare il collasso dell’intero sistema bancario. Ora, dal gennaio 2016 la parte relativa al bail-in contenuta nella Brrd, che deve essere adottata dalla Grecia entro il 22 luglio, entrerà in vigore. E dato che la valutazione della Bce sulle banche elleniche sarà condotta dopo l’estate e richiederà alcune settimane, cosa accadrà in caso di shortfall di capitale? Nella ricapitalizzazione sarà quindi necessario anche un bail-in. Il tutto prima di accedere a quanto previsto dal documento di ieri, ovvero “l’istituzione di una riserva cuscinetto dai 10 ai 25 miliardi di euro per il settore bancario al fine di far fronte a potenziali esigenze di ricapitalizzazione delle banche e costi di risoluzione, dei quali 10 miliardi di euro sarebbero messi immediatamente a disposizione in un conto separato nell’ambito dello European stability mechanism (Esm)”. Prima il bail-in, poi i fondi. Un’altra tegola per i cittadini greci.

Se poi guardiamo al lato politico, c’è poco da aggiungere. Le promesse elettorali tradite da Tsipras sono tante, troppe. Si va dalla rinegoziazione del secondo programma di sostegno alla ristrutturazione del debito, passando per il referendum, che ha bocciato una proposta di accordo ben più generosa di quella approvata ieri. Specie sul fronte del debito, la sconfitta è doppia. Il documento non lascia aperte molte porte: “Nel contesto di un eventuale futuro programma Esm, e nello spirito della dichiarazione dell’Eurogruppo del novembre 2012, l’Eurogruppo è pronto a prendere in esame, se necessario, possibili misure aggiuntive (eventuali periodi più lunghi di tolleranza e di pagamento) onde assicurare che il fabbisogno finanziario lordo rimanga a un livello sostenibile. Tali misure saranno subordinate alla piena attuazione dei provvedimenti da concordare in un eventuale nuovo programma e saranno considerate dopo il primo riesame completato positivamente”. Traduzione: prima Tsipras deve far adottare le misure preliminari entro il 22 luglio, poi si apre la discussione su un terzo programma sostenuto dallo Esm, infine se tutto va bene e non ci sono deragliamento, allora ci potrà essere qualche sollievo sul debito. Ma, lo ricorda il documento, niente altro. “L’Euro summit sottolinea che non possono essere realizzate svalutazioni del valore nominale del debito”, recita. Con buona pace di chi, dentro Syriza, voleva ripudiare il debito.

Quello arrivato stamattina non è un accordo definitivo, né è un’intesa soddisfacente. Non lo è per Tsipras, chiaramente, ma non lo è nemmeno per il resto dell’eurozona. È il frutto di una situazione portata all’esasperazione, che ha posto e continua a porre interrogativi seri sulla gestione politica di una crisi strutturale. La politica ha peggiorato l’economia greca, la politica ha indebolito l’area euro nella sua interezza. E dopo una notte di negoziazioni ai limiti dell’assurdo, la domanda che continua a rimbalzare in testa è solo una. Ora che il Rubicone dell’uscita dall’eurozona è stato varcato, quale sarà il prossimo passo?

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