Tutto quello che Tsipras non ha detto ai greci

La vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni in Grecia era scontata. Meno scontate sono invece le conseguenze che questa affermazione potrebbe avere sulle politiche europee. C’è chi crede che Tsipras possa essere l’uomo nuovo dell’eurozona, colui che la salverà dalle politiche di consolidamento fiscale. E c’è chi crede che, oltre alla politica dell’annuncio, questo ragazzotto greco abbia ben poco da dire. Personalmente, trovo più verosimile questa seconda possibilità.

 Athens, Greece The head of radical leftist Syriza party Alexis Tsipras speaks to supporters after winning the elections in Athens January 25, 2015. REUTERS/Marko Djurica

La verità è che la Grecia non può tornare indietro. Atene necessita del supporto della troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue per poter evitare l’estromissione dai mercati obbligazionari. Eppure, Tsipras non ha mai ricordato che senza l’Ue non sarebbe stato possibile ottenere oltre 240 miliardi di euro. Non ha mai ricordato che senza il supporto della Bce le banche elleniche sarebbero collassate sotto il peso della pressione dei mercati finanziari nella fase più severa della crisi. Ma soprattutto, non ha mai ricordati ai suoi elettori che rinegoziare i patti, o memorandum of understanding, sottoscritti con la troika significa uscire de facto dall’eurozona. Il motivo è semplice. Dato che ogni erogazione finanziaria deve essere il frutto di un patto fra il Paese e il prestatore, se essi vengono meno chi potrà mai finanziare, ai prezzi attuali, la Grecia sui mercati obbligazionari? Nessuno. Perché il concetto di premio per il rischio, quando si parla di bond governativi, è ben ricordato dagli investitori internazionali. Più un Paese è incerto, incapace di avere una prospettiva di lungo periodo e poco credibile, più dovrà pagare per collocare i propri bond. Ed è indubbio che sul mercato obbligazionario il cappello di protezione della troika ha giovato alla Grecia, dato che i rendimenti dei suoi titoli di Stato si sono ridotti in modo significativo dall’inizio della crisi a oggi. Tsipras però questo non lo rammenta di proposito. Quello che è certo è che se ne renderà conto in fretta. Più cresce l’incertezza legata al destino del Paese, più i mercati saranno sotto stress. E l’unica rete di protezione talmente forte da contrastare queste spinte è l’area euro. Ecco perché Tsipras dovrà negoziare con la troika, dopo averla attaccata a lungo. Potranno esserci delle concessioni, ma il pacchetto di misure strutturali da introdurre non muterà.

Il messaggio dato da Atene è il frutto di anni di crisi, di tagli incondizionati e difficilmente spiegati alla popolazione. Più di un funzionario europeo, con i quali ho parlato negli ultimi cinque anni, è concorde sul fatto che da Bruxelles è mancato molto sotto il profilo comunicativo. “Siamo andati in Grecia, abbiamo detto cosa dovevano fare, ma non perché”, mi disse un alto funzionario della DG ECFIN della Commissione europea. Di qui, quando un popolo si sente preso di mira e sente che sta crescendo un sentimento a lui contrario, cerca la via più semplice. Tsipras ha saputo cavalcare questo sentimento viscerale fin dal principio, ma non spiegando quale sia la sua soluzione. O meglio, ha fatto breccia nel cuore dei greci dicendo loro che si può tornare indietro. Legittimo farlo, e comprensibile anche la speranza che molti cittadini greci possono avere in Syriza, considerata da molti la vera innovazione politica dai tempi della Junta.

Ma prima della troika cosa c’era? Un pachidermico assetto di politiche pubbliche volte al mantenimento dello status quo e degli interessi personali. Corruzione e clientelismo erano le due caratteristiche principali di ogni ministero, di ogni ufficio pubblico. E per verificarlo, basta recarsi ad Atene e chiedere in giro. Tsipras non è certo uno sprovveduto. Promettendo il ritorno del livello di ricchezza antecedente alla crisi ha agito correttamente dal punto di vista elettorale di breve periodo. Ma è meglio raccontare favole agli elettori, dicendo loro che si può tornare a ciò che si era prima, o è meglio essere realisti e affermare che no, quel livello non è più raggiungibile perché frutto di una situazione insostenibile nel lungo periodo? Dal nostro punto di vista, meglio il realismo nudo e crudo. Perché questa crisi non è solo passeggera, non è temporanea, ma è la conseguenza di un modello di sviluppo che, almeno nelle sue versioni più distorte, è arrivato al capolinea, ma che non ha ancora trovato un suo valido sostituto. Illudersi che si possa tornare al 2006 non è solo deleterio, ma anche sciocco. Eppure, dal punto di vista elettorale funziona.

La vittoria di Tsipras non è la vittoria del bene contro il male. Non è la vittoria del popolo contro l’austerity. No. È la vittoria dei partiti tradizionali contro il populismo. Perché quando Tsipras fallirà nel suo intento, non riuscendo a mantenere le promesse elettorali e dovendo per forza negoziare con la troika per l’estensione del programma di salvataggio, gli elettori di Syriza si troveranno di fronte a un’alternativa aberrante: votare gli stessi politici che hanno mandato il Paese in rovina.

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