Un’Europa divisa tra un 2015 di speranze e un 2016 di risposte

Ci sono vari modi per leggere il 2015 dell’Europa. C’è la visione economica, in cui Mario Draghi e la Banca centrale europea (Bce) sono diventati schiavi delle aspettative che hanno creato sui mercati finanziari. C’è la visione finanziaria, dentro la quale troviamo una disintegrazione sempre più spinta fra Nord e Sud. C’è la visione politica, che ha visto la divisione tra Stati membri prima sull’affaire Grecia e poi sul dossier Siria. Infine, c’è quella sociale, con una classe media distrutta su larga scala, una diseguaglianza in aumento e un contrasto generazionale che pare insanabile. Come può quindi esserci ottimismo per il futuro? Sembra strano, eppure dovrebbe essercene.

Partiamo da un presupposto importante. L’Europa ha dimostrato, ancora una volta in più, di avere la capacità di evitare il collasso. Lo ha fatto nei giorni più bui della Grecia, con un Paese che ha creduto alle promesse elettorali di un leader delle urne, Alexis Tsipras, che non si è dimostrato tale alla prova del nove, così come il suo incendiario ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, più impegnato a farsi notare dai media che a creare un futuro ai greci. Lo ha fatto anche quando lo spettro della deflazione si è manifestato con maggiore frequenza sull’economia continentale, costringendo la Bce di Draghi agli straordinari per evitare una stagnazione tanto pericolosa quanto forse irrecuperabile nel medio periodo. Ma lo ha fatto, per pochissimo, anche la guerra civile siriana, che ha costretto gli Stati membri a una riduzione degli interessi particolari per far fronte a una tragedia senza fine. Allo stesso modo, gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo prima e quelli del 13 novembre poi hanno fatto risvegliare un minimo le coscienze, facendo diventare prioritaria, almeno a parole, la lotta contro il terrorismo. Basterà?

L’economia, si diceva. Prima di tutto, se siamo dove siamo ora bisogna ringraziare il Quantitative easing lanciato da Mario Draghi nello scorso gennaio e del quale è stata aumentata la potenza di fuoco poche settimane fa. È difficile però che la crescita complessiva dell’eurozona sia superiore al range attualmente previsto dal Fondo monetario internazionale (Fmi), compreso fra il 2 e il 2,5 per cento. Come ha spiegato Philippe Waechter, capo economista di Natixis Asset Management, «un nuovo slancio per la crescita nel 2016 dovrebbe provenire dalla zona euro. Tale miglioramento, seppur moderato, potrebbe alimentare la ripresa degli scambi internazionali». Così, secondo Waechter, «ne trarrebbero vantaggio i Paesi emergenti, per i quali l’Europa è un importante cliente. Naturalmente, vi è sempre il rischio di una crescita inferiore a quella attesa a causa dei rischi politici e geopolitici». Vale a dire, non bisogna escludere che ci siano nuovi interventi della Bce. Infatti, gli analisti già ora prezzano questa soluzione. Come sottolinea Salman Ahmed, global strategist di Lombard Odier, «la realtà economica della disinflazione resta immutata e l’inasprimento delle condizioni economiche, se dovesse continuare, danneggerebbe ulteriormente il contesto inflazionistico». Morale: «Continuiamo ad attenderci ulteriori allentamenti nell’Eurozona, ma stiamo rivalutando attentamente lo stato delle varie posizioni politiche all’interno del Consiglio Bce attualmente in carica». Il problema è proprio questo. I mercati finanziari sono stati indirizzati a dovere da Mario Draghi, che nel corso del 2014 e del 2015 ha fornito indicazioni precise su cosa avrebbe fatto, e come. Ma ha commesso quello che potrebbe rivelarsi un errore: ha creato troppe aspettative. E ora deve rispettarle, sennò rischia di rompere il matrimonio di convenienza con gli investitori, che sono sempre alla spasmodica ricerca di rendimenti in un mondo a tassi prossimi allo zero. Non sarà facile.

C’è poi l’altra faccia della medaglia, quella finanziaria. L’integrazione fra i Paesi del cuore della zona euro e la periferia resta un sogno. Certo, l’unione bancaria e la nascita del Single supervisory mechanism (Ssm) della Bce sono state due innovazioni fondamentali, ma i loro benefici ci saranno solo tra qualche anno. Il tutto sempre che non ci siano gli interessi nazionali a mettere i bastoni tra le ruote in questo processo cruciale per fornire agli investitori internazionali quella fiducia sul sistema finanziario europeo che da troppo tempo manca. Il monitoraggio della solidità finanziaria dell’area euro sarà su base annuale e non ci saranno deviazioni da questo percorso, proprio perché la Bce era, è e resterà indipendente. Lo sforzo più elevato sarà sul fronte dell’armonizzazione fra Stati. Le regole condivise ci sono. E devono essere rispettate. Sia sul fronte della trasparenza sia su quello della vigilanza macro e microprudenziale. Su questo, la Bce dovrà essere intransigente. Nel caso non lo fosse, l’attuale situazione di disintegrazione non potrà che acuirsi, minando alla base l’intero progetto europeo.

E cosa dire della crisi politica dell’Ue? O meglio, della perdita di legittimazione nei cittadini che sta patendo l’Unione europea? Una situazione nota ai politologi, ma amplificata dalla demagogica esperienza di governo di Tsipras e dalla vergogna degli interessi nazionali a fronte di una crisi umanitaria come quella siriana. Qualche passo in avanti c’è stato. Ma è stato quasi tutto per mano del cancelliere Angela Merkel, sebbene la narrativa prevalente in Italia sia differente. Inutile negarlo: la Germania si è dimostrata il leader de facto dell’Europa. Sicuramente più della Commissione Europea, sicuramente più della Francia, sicuramente più dell’Italia. E lentamente ha guidato gli altri Paesi verso soluzioni sicuramente perfettibili, ma capaci di far fronte all’emergenza, come le quote per l’accettazione dei profughi siriani.

Infine, il 2015 dell’Europa è stato caratterizzato dalla presa di coscienza, da parte di politici, policymaker e cittadini che sta crescendo la disuguaglianza all’interno dei propri territori. Un fenomeno conosciuto e studiato dall’accademia per anni, ma che è diventato mainstream dopo le pubblicazioni di Thomas Piketty. Invero, il problema maggiore per la stabilità dell’intera Unione nel lungo periodo è quello forse meno discusso, cioè il contrasto fra generazioni. I trentenni di oggi sanno che il loro futuro sarà più incerto di quello dei loro genitori. E come spiega Goldman Sachs, «è la prima volta dalla Seconda guerra mondiale». Eppure, su questo punto la discussione non è ancora entrata nel vivo. Perché aspettare?

C’è però ottimismo per il 2016. Sì, perché sono tanti i segnali positivi. Dal completamento dell’unione bancaria alla presenza di una banca centrale degna di questo nome, alle decisioni in materia di intelligence, l’impressione generale è che tutti questi shock siano serviti. La consapevolezza, in molte cancellerie, che si viva in un mondo incerto e senza bussola è ormai una realtà. Ed è questo il primo passo per la nascita di una società più matura e coesa. Sono state fatte tante promesse nel 2015, come mai nel recente passato. Il 2016 sarà quindi l’occasione per vedere se le parole si tramuteranno in fatti.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA