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Abusi di potere e pressioni psicologiche: anche Amazon Japan è una "black company"

“La più grande azienda in cui si odia il proprio lavoro”. Con questa espressione un ex manager di Amazon descriveva ai reporter del New York Times la sua esperienza nell’azienda di Jeff Bezos, raccontando delle condizioni di lavoro nel colosso mondiale dell’ecommerce negli Stati Uniti. Ora le condizioni di lavoro in Amazon fanno discutere anche in Giappone.

A stretto giro dal reportage del NYT di metà agosto di quest’anno, la stampa internazionale aveva pubblicato altri resoconti sul “regime Amazon”.

Turni massacranti — soprattutto per i lavoratori dei magazzini — pressioni psicologiche fortissime per il raggiungimento degli obiettivi commerciali stabiliti dall’azienda, lavoro fuori orario. “Ho visto piangere alla loro scrivania quasi tutti coloro con cui ho lavorato”, spiegava nel reportage del NYT un altro impiegato dell’azienda di Seattle.  

Qualcosa era però nell’aria da tempo. In Germania, il secondo mercato più grande di Amazon, già dal 2013 i sindacati chiedevano migliori condizioni per i dipendenti del leader mondiale dell’ecommerce.

Dopo Stati Uniti ed Europa, anche in Giappone si apre un caso Amazon. Dopo Germania, Olanda, Inghilterra e Francia, infatti, un’organizzazione sindacale sarà attiva in Amazon Japan, ramo nipponico del gruppo, seconda azienda di ecommerce nel paese del Sol Levante dopo il colosso locale Rakuten. L’annuncio è arrivato lo scorso 4 novembre.

Un gruppo di impiegati full-time ha costituito l’organizzazione per il “miglioramento dell’ambiente lavorativo”. In particolare la piccola formazione sindacale ha l’obiettivo di istituire un meccanismo di contrattazione con i vertici dell’azienda per mettere fine al programma aziendale conosciuto come Performance Improvement Plan, meglio noto come PIP. 

Come ha spiegato alla stampa Takeshi Suzuki, segretario della Tokyo Management Union, un’organizzazione sindacale che supporta l’attività dei lavoratori di Amazon Japan, nell’azienda si verificano “condotte lavorative illegali: in particolare sessioni di autocritica per i lavoratori e pressioni per le dimissioni su chi non raggiunge gli obiettivi”. 

Suzuki ha parlato di oltre 20 richieste di consulenza arrivate al sindacato dai lavoratori Amazon Japan. Richieste presentate da dipendenti vittime di abusi di potere o a cui è stata diagnosticata una qualche forma di depressione legata al proprio impiego.  

Prima del reportage del Nyt, il magazine online Gawker aveva più volte descritto il lavoro ad Amazon, raccogliendo i pareri dei lavoratori dell’azienda, dai magazzinieri agli impiegati. Il quadro che ne risulta è di un ambiente di lavoro “intenso, a volte disumano”, caratterizzato da uno stile di vita “militare”.  

Anche il PIP era finito sotto la lente dei media. Un altro articolo pubblicato da Gawker lo definisce come un sistema “kafkiano”: ai dipendenti che ricevono dai propri responsabili una valutazione negativa — non solo su obiettivi di vendita ma anche sulla propria capacità di autoanalisi e di comunicazione — viene dato un periodo di prova di tre mesi; se, al termine dei 90 giorni, il manager giudica le prestazioni del/la dipendente nuovamente accettabili, lui/lei viene reintegrato/a; altrimenti — e ciò si verifica nella maggioranza dei casi — si procede alla riduzione della paga, al demansionamento o al licenziamento. 

Anche in un paese che a partire dal secondo dopoguerra ha costruito una parte della propria immagine nazionale sui propri samurai in giacca e cravatta, il “regime Amazon” inizia a rivelare tutti i suoi problemi. Massima efficienza nel minimo rispetto dell’umanità dei lavoratori: Amazon entra di diritto nel novero delle “black company”, una delle tante aziende da cui è meglio stare lontani se non si vuole finire male.

@Ondariva

 

 

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