A sette anni dal triplice disastro del Tohoku – terremoto, tsunami e incidente nucleare di Fukushima –  73mila persone sono ancora in stato di evacuazione. Ma il governo difende l'opera di ricostruzione e vuole usare le Olimpiadi del 2020 come vetrina della rinascita

Il premier giapponese Shinzo Abe si inchina davanti alla principessa Kiko e al principe Akishino durante la cerimonia in ricordo delle vittime della tragedia dell'11 marzo 2011, Tokyo. Reuters
Il premier giapponese Shinzo Abe si inchina davanti alla principessa Kiko e al principe Akishino durante la cerimonia in ricordo delle vittime della tragedia dell'11 marzo 2011, Tokyo. Reuters

Yuri Yamamoto ha 26 anni. Sette anni fa, quando lo tsunami spazzò via la sua città, Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, circa 600 km a nordest di Tokyo, aveva 19anni. Quel giorno, Yamamoto perse sua madre, ancora oggi nel novero dei dispersi. Qualche tempo dopo si è sposata. Anche suo marito aveva perso la madre quel giorno.


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Domenica Yamamoto – oggi 26enne – ha portato la propria figlia di 4 anni al cimitero di Ishinomaki, dove sono ricordate le anime delle due nonne scomparse. L’età è quella giusta, quella da cui, secondo le convenzioni, iniziano a fissarsi i ricordi a lungo termine, quelli che un individuo poterà con sé per molti anni. «Volevo che le incontrasse», ha confessato la donna immortalata con in braccio la figlia sorridente. Sullo sfondo la città che lentamente, da sette anni a questa parte, si ricostruisce.

Alle 14:46, l’ora in cui venerdì 11 marzo 2011 la terra iniziò a tremare, anche quest’anno il Giappone si è fermato. Come ogni anno dal disastro, è stato un momento di commemorazione e di preghiera. A Rikuzentakata, uno dei luoghi simbolo del disastro, sulla costa della prefettura di Iwate, migliaia di lanterne sono state accese per ricordare le vittime dello tsunami. Nello spettacolo di luci organizzato per la notte della vigilia dell’anniversario è stata accesa la scritta Hikari, luce.

A organizzare l’evento sono stati un gruppo di giovani del posto che nel 2014 hanno deciso di ricordare un loro coetaneo, vigile del fuoco, scomparso a 25 anni nel corso delle operazioni di evacuazione della cittadina prima dell’arrivo dello tsunami. La maggior parte di loro non vive più a Takata. «Anche se ce ne siamo andati – ha spiegato uno di loro alla stampa – il nostro cuore continua a essere legato a questo posto».

Come i ragazzi di Takata, altri 73mila giapponesi che fino al 2011 risiedevano nelle zone colpite dal triplice disastro vivono oggi lontano dalle proprie città natali. Una problematica che ha assunto i caratteri di una vera e propria emergenza: secondo l’Asahi Shimbun, secondo quotidiano più letto del Giappone, le tre prefetture devastate dal disastro – Fukushima, Iwate e Miyagi – hanno perso insieme oltre 250mila persone, rilocate o trasferite in altre zone del paese.

Circa 50mila di queste, evacuate dalle zone circostanti la centrale nucleare di Fukushima Daiichi, danneggiata dallo tsunami del 2011, si rifiutano di tornare alle loro case per timore dell’effetto delle radiazioni sulla propria salute. Per centinaia di loro, peraltro, questo mese termineranno gli indennizzi versati da Tokyo Electric, l’azienda elettrica della capitale che gestisce l’impianto di Daiichi, per i danni procurati dall’incidente nucleare. 

Nel corso di una cerimonia tenutasi a Tokyo, il primo ministro Shinzo Abe ha parlato dei molti progressi fatti nella ricostruzione – strade e ferrovie sono state ripristinate e il 90 per cento delle unità abitative pubbliche previste per l’accoglienza delle famiglie evacuate è stato completato e ha giurato ancora una volta l’impegno della sua amministrazione per costruire una «nazione forte e resiliente, in grado di resistere ai disastri naturali».

Parallelamente, il governo vorrebbe usare le Olimpiadi del 2020 come vetrina della ricostruzione, mostrando nel corso della kermesse sportiva immagini della ricostruzione della regione e dell’aiuto ricevuto da altri Paesi. Un’iniziativa che, però, sembra suscitare pochi entusiasmi tra i residenti locali. I quali forse, più di un'olimpiade, vogliono ripartire da un lavoro, una casa, una comunità. Cioè da tutto ciò che il mare si è portato via sette anni fa.

@Ondariva

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