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Ora Abe può cambiare davvero il Giappone

Shinzo Abe è Primo Ministro per la quarta volta. Una vittoria assoluta che permetterà al leader conservatore di modificare anche la Costituzione. Ma non mancano le critiche interne. E i giovani del partito si preparano già al post-Abe

Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe REUTERS/Toru Hanai
Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe REUTERS/Toru Hanai

Per Shinzo Abe quella di domenica è stata una vittoria su tutta la linea. Il suo partito, il Liberal-democratico (Ldp), ha ottenuto la maggioranza assoluta in Camera bassa e, con l’alleato Komeito detiene una maggioranza dei due terzi dei seggi disponibili. E nella seduta di lunedì, le borse di mezzo mondo hanno risposto in modo positivo alla sua conferma al vertice della terza economia del mondo.

Emergenza nazionale

Per Abe si tratta della quinta vittoria elettorale da quando è tornato a guidare il governo di Tokyo nel 2012. Ora il leader  conservatore ha la strada spianata verso il record di longevità di un capo di governo dal dopoguerra a oggi — superata da mesi la soglia dei duemila giorni, ora potrebbe infatti presto superare il prozio Eisaku Sato primo ministro per 2797 giorni tra il 1964 e il 1972 — e vedere l’apertura delle Olimpiadi 2020 da premier.

Le elezioni, a detta di numerosi osservatori, sono state una scommessa del premier. Sono arrivate infatti in un periodo cruciale tra scandali che hanno messo a repentaglio la tenuta del governo e la psicosi di un attacco missilistico della Corea del Nord. Dopo l’ultimo lancio, che a metà settembre aveva sorvolato l’isola di Hokkaido, Abe aveva dichiarato lo stato di «emergenza nazionale» e promesso di rafforzare l’apparato difensivo del paese. Su questo tema si è giocata gran parte della campagna elettorale del primo ministro: «Proteggeremo il nostro paese, fino in fondo», kono kuni o, mamoritsuku, recitano i manifesti elettorali dell’Ldp.

Riforma della costituzione

Abe è riuscito a conservare i 284 seggi in Camera bassa e con l’alleato Komeito, espressione politica della setta religiosa Soka Gakkai, ottenere il controllo di oltre 310 seggi, soglia dei 2/3. Questo gli permette di far passare modifiche costituzionali: l’obiettivo è l’inserimento del riconoscimento delle forze armate giapponesi nel testo della Legge fondamentale, modifica sostanziale dell’articolo 9 della costituzione del 1947 che impone la rinuncia totale al mantenimento di un esercito regolare.

Dal 2015 le forze di autodifesa giapponesi, grazie alle nuove leggi di Pace e sicurezza, possono intervenire all’estero a protezione di forze alleate in caso di attacco nemico o essere impiegate in missioni di ricerca e soccorso di cittadini giapponesi coinvolti in situazioni di crisi all’estero. Allo studio della maggioranza conservatrice c’è la possibilità per il futuro di dare maggiori poteri al capo del governo sulle forze di autodifesa in caso di attacco o di disastro naturale di grande entità. Questo richiederebbe però una modifica costituzionale.

Il normale iter legislativo degli emendamenti costituzionali prevederebbe la convocazione di un referendum dopo l’approvazione parlamentare. Il governo potrebbe mettere mano all’articolo 96, che regola appunto le modifiche di legge, prima ancora che al 9.

Riavvicinamento alla Cina?

Naturalmente un Giappone forza militare preoccupa la Cina. Corea del Nord e Mar cinese meridionale sono tra le zone più calde della regione da un punto di vista strategico e geopolitico. Per Tokyo è stato e sarà fondamentale tranquillizzare  Pechino circa i suoi intenti «non aggressivi» in campo internazionale una volta che avrà «normalizzato» il proprio comparto militare.

Gli indizi di un allentamento delle tensioni ci sono tutti: a fine settembre Shinzo Abe è comparso in pubblico a un evento cinese a Tokyo. A stretto giro si sono svolti altri incontri diplomatici di alto profilo. Lo stesso nuovo ministro degli Esteri giapponese, Taro Kono è molto legato alla Cina: suo padre Yohei, ex primo ministro, ha sempre avuto un atteggiamento amichevole verso il paese di mezzo. Wang Yi, ministro degli esteri del governo cinese, conosce il giapponese e ha numerosi legami con il paese-arcipelago. Secondo The Diplomat, sarebbe in corso un riavvicinamento tra le due grandi potenze, anche in vista del dichiarato appoggio del Giappone all’iniziativa della Nuova via della Seta e della Banca asiatica per le infrastrutture e gli investimenti a guida cinese. Capitolo rimandato, però, alla fine del congresso del Partito comunista cinese, quando si capirà la configurazione della nuova leadership nel secondo quinquennio di presidenza di Xi Jinping.

Partito diviso

Il refrain della protezione del paese ha funzionato da «deflettore» della sfiducia che da inizio anno riguarda Abe e i suoi, coinvolti in episodi di favoritismo — lo stesso Abe ha dovuto rispondere di aver concesso terreni pubblici dismessi a operatori scolastici di orientamento nazionalista e vicini alla sua famiglia — e malagestione — l’ex ministro della difesa Inada, protetta di Abe, avrebbe mentito sulla pericolosità della missione in Sud Sudan delle forze di autodifesa nazionale.

La scommessa riguardava infatti anche la tenuta del premier a capo del suo stesso partito liberal-democratico, che come tutte le grandi formazioni politiche abbraccia diverse anime, non sempre concordi. Già ad agosto Abe aveva operato un rimpasto di governo promuovendo a posizioni ministeriali o di rilievo all’interno del partito, possibili concorrenti al vertice della formazione come Seiko Noda, ministro degli Interni e delle comunicazioni, o l’ex ministro degli Esteri Fumio Kishida, oggi responsabile delle politiche dell’Ldp. Sarà da vedere ora se il quinto successo elettorale consoliderà la leadership di Abe verso la riconferma a presidente Ldp previste per il prossimo anno.

Non mancano infatti le critiche interne, sopratttutto da parte dei giovani del partito. A stretto giro dalla chiusura delle urne, in un’intervista per la tv privata Asahi Tv, Shinjiro Koizumi, figlio dell’ex premier Junichiro, ha detto di non condividere le posizioni del governo sullo stato di emergenza nazionale e della prosecuzione della Abenomics. «Bisogna prepararsi alla prossima generazione. Al post-Olimpiadi 2020, al post-Abenomics». E, soprattutto, al post-Abe

@Ondariva

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