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Il boia giapponese e la morte del primo terrorista contemporaneo

Una stanza per l'esecuzione della pena capitale a Tokyo. REUTERS/Kyodo

All’apice della sua fortuna, l’ex santone sosteneva di poter levitare per diverse ore.

L’ultimo volo Shoko Asahara l’ha compiuto giù, verso il basso, attraverso una botola marcata da un quadrato rosso che gli si è aperta sotto i piedi e con una corda che gli ha spezzato il collo.

L’annuncio dell’esecuzione è stato dato dal ministro giapponese della giustizia, la conservatrice Yoko Kamikawa (in giapponese). Insieme ad Asahara, che da dieci anni non aveva più contatti con la famiglia né con i suoi avvocati, sono state giustiziate altre sei persone, tutte coinvolte, in quanto leader di Aum, nella pianificazione e nell’organizzazione dell’attentato nella metropolitana di Tokyo del 1995. Il bilancio di quel gesto fu di 13 morti e oltre 6mila feriti o persone con danni permanenti.

Nel giro di poco più di un decennio, Asahara era riuscito a creare un culto da decine di migliaia di adepti, legati a lui da un misto di venerazione e violenza, attraverso sessioni di ipnosi di gruppo, minacce e omicidi a danno di chi denunciava o tentava di allontanarsi dalla setta.

Nel Giappone degli anni ’90, ormai uscito da decenni di crescita economica a doppia cifra, gli insegnamenti mistico-messianici di Aum fornivano in qualche modo una «via alternativa» al lavoro totalizzante, al consumo sfrenato, alla contemporaneità turbocapitalistica.

Inoltre, Asahara era riuscito a circondarsi di menti di prim’ordine (ingegneri e chimici con esperienze lavorative nelle più grandi aziende giapponesi, in grado di produrre gas nervino) e a stringere alleanze strategiche con la yakuza per lo spaccio di metanfetamine e la fornitura di armi.

Numerosi anche i collegamenti all’estero, soprattutto verso gli Stati Uniti. Qui due membri della setta avrebbero preso licenze di pilotaggio di elicotteri che sarebbero serviti a spargere gas nervino sulle città giapponesi.

Aum decise di ricorrere alla violenza dopo una sonora sconfitta alle elezioni per la camera bassa del 1990, a cui si presentò lo stesso Asahara.

Le ultime immagini del leader di Aum sono quelle del suo arresto, a maggio 1995, due mesi dopo quello che è considerato il primo atto terroristico della contemporaneità. Dopo che la polizia strinse le maglie dei controlli sul gruppo religioso, Asahara fu trovato in una stanza nascosta di un edificio di proprietà della setta.

Il processo, dall’esito per la verità scontato, è andato avanti tra appelli e riesami fino al 2006. Dalla conferma della condanna a morte all'esecuzione sono passati dodici anni.

Il dibattito sul perché Asahara sia stato giustiziato proprio in questi giorni è in corso. Secondo Erica Baffelli e Ian Reader dell’Università di Manchester, le tempistiche sarebbero legate alla prossima successione imperiale (2019) e alle olimpiadi (2020). Per prassi, le condanne vengono eseguite al termine dell'iter giudiziario con intervalli anche di diverse decine di anni.

Anni passati nella convinzione profonda che ogni giorno possa essere l'ultimo. Il sistema carcerario giapponese infatti prevede che il condannato sia avvisato dell’esecuzione pochi minuti prima che essa abbia luogo. La notifica arriva alle famiglie dei condannati solo a cose fatte.

Da anni non aveva più la sua caratteristica barba e la folta capigliatura nera. Pare addirittura che l'uomo, 63enne, non andasse più in bagno ma indossasse solo pannoloni.

Anche questi aspetti contribuiscono a delineare quel «trattamento disumano e degradante» riservato ai condannati a morte in Giappone e già denunciato nel 2009 da un rapporto di Amnesty International.

È anche per questo che nel 2016 l’associazione degli avvocati giapponesi (forte di più di 30mila membri) ha richiesto ufficialmente al governo l’abolizione della pena di morte. Gli appelli si sono moltiplicati soprattutto dopo il caso di Iwao Hakamada, scarcerato dopo 46 anni nel braccio della morte. Come scrive Banyan, columnist per l’Asia dell’Economist, un trattamento del genere non lo merita nessun essere umano. Nemmeno il peggiore. Nemmeno, forse, un mostro come Asahara.

@Ondariva

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