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Sempre più Abe-centrico, il Giappone si prepara a una nuova era

Il 2017 ha portato al Giappone stabilità politica e crescita economica. Ma l’ideogramma dell’anno rivela il senso di precarietà che inquieta il Paese. E l’era della “Pace perfetta” ormai ha i giorni contati

Shinzo Abe si inchina davanti all'imperatore Akihito e all'imperatrice Michiko. REUTERS/Toru Hanai
Shinzo Abe si inchina davanti all'imperatore Akihito e all'imperatrice Michiko. REUTERS/Toru Hanai

Anche quest’anno al tempio buddhista Kyomizudera di Kyoto, è stato presentato l’ideogramma dell’anno. I votanti al particolare sondaggio organizzato da un’associazione per la tutela della calligrafia e lo studio dei caratteri sinogiapponesi (i kanji) hanno selezionato a maggioranza il carattere di «Nord», kita in giapponese.

Kita ricorda Kita chosen, giapponese per Corea del Nord. Ma anche, si è letto nelle motivazioni della scelta, il Nord del Kyushu, una regione sudoccidentale del Giappone, colpita quest’anno da forti piogge causa di inondazioni che hanno costretto all’evacuazione decine di migliaia di persone. Insomma, kita è stato scelto per il carico di «precarietà» che ha portato con sé quest’anno. Per questo, l’abate Seihan Mori ha ricordato che nessun carattere meglio di «Nord» poteva rappresentare quest’anno l’importanza della pace e della stabilità.

Politica

In un Paese come il Giappone, soggetto a eventi naturali come terremoti, tifoni e alluvioni, la stabilità idrogeologica è un concetto relativo. La stabilità politica, invece, sembra ormai diventata un dato di fatto. Mentre tra il 2007 e il 2012 a Nagatacho – il quartier generale dei capi del governo – si sono succeduti sei primi ministri di due opposti schieramenti, dal 2012 ad oggi al governo c’è una sola persona: Shinzo Abe. In questi cinque anni il fronte conservatore guidato da Abe ha consolidato il proprio potere stravincendo gli ultimi cinque appuntamenti elettorali. L’ultimo, a fine ottobre di quest’anno, ha consegnato i due terzi dei seggi della Camera bassa al Partito liberaldemocratico (Ldp) e all’alleato Komeito.

La maggioranza parlamentare schiacciante ha permesso al governo di approvare leggi impopolari come quella sui segreti specifici (2013), la legge di pace e sicurezza (2015) e quella anti-cospirazione (2017). Ognuno di questi provvedimenti ha determinato una caduta almeno del 10% del tasso di gradimento nei confronti del premier e dell’esecutivo ma non ha scalfito l’egemonia conservatrice in sede elettorale. La stessa figura del premier ne è risultata più forte che in passato. Tutti i suoi potenziali avversari alla leadership sia interni sia esterni all’Ldp a livello nazionale sono stati ridotti ai minimi termini, compresa l’attuale governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, che alle elezioni per l’assemblea metropolitana della capitale a luglio di quest’anno aveva largamente sconfitto il partito del premier e lanciato la sua sfida personale al governo del Paese. A questo si aggiunge l’assenza – a parte l’esperimento dell’ex ministro democratico Yukio Edano – di una sinistra riformista in grado di opporsi in modo convincente al blocco conservatore.

I commentatori giapponesi hanno identificato un nome per descrivere questo fenomeno politico: Abe ikkyo, «Abe forte da solo». In altre parole, Abe-centrismo, una condizione che potrebbe accompagnarci fino al 2021.

Economia

La continuità politica si è riflessa in parte sull’andamento economico. L’economia giapponese ha fatto segnare il periodo di crescita ininterrotta più lungo dal 2006 – sotto il governo Koizumi – con un rimbalzo nei consumi. Resta da vedere se e quanto questa ripresa coinciderà con una crescita stabile e duratura. Nonostante le prime tre frecce dell’abenomics non abbiano colpito tutte nel segno – mancano ancora le riforme fiscali e strutturali promesse nel 2012 – all’arco del primo ministro giapponese ci sono ancora tre frecce. La nuova fase dell’abenomics è incentrata sull’aumento del Pil pro capite e sull’aumento della natalità per arrivare al 2070 con una popolazione stabile a 100 milioni di persone.

Sulla demografia si gioca il futuro della terza economia del mondo: già oggi in Giappone ci sono più posti di lavoro disponibili che lavoratori in grado di occuparli e il 30% della forza lavoro è over 60. Senza un intervento radicale, nei prossimi anni l’economia giapponese rischia il collasso, a fronte di un welfare pubblico sempre più oneroso per le casse dello Stato già largamente indebitato (il debito pubblico ammonta a oltre il 200% del prodotto).

Molto dipenderà anche da chi siederà al vertice della Bank of Japan, la banca centrale giapponese, una volta scaduto il mandato di Haruhiko Kuroda, altra figura chiave della politica economica giapponese degli ultimi cinque anni. I pronostici lo danno confermato al vertice, ma nel caso lui rifiutasse per limiti d’età – Kuroda ha 73 anni – potrebbero essere vagliati nomi alternativi.

Anche se passati in secondo piano, gli scandali che hanno coinvolto alcuni dei maggiori conglomerati industriali hanno gettato ombre sull’industria nipponica, schiava di pratiche di governance aziendale poco trasparenti. Come Kobe Steel, terzo produttore d’acciaio del Paese, colpevole di aver falsificato i dati relativi alla qualità dei propri prodotti usati per assemblare aerei, treni, centrali nucleari e infrastrutture in mezzo mondo. O ancora Toshiba o Takata, uno dei maggiori fornitori di airbag al mondo, costretta a dichiarare bancarotta a giugno dopo un’imponente campagna di richiamo dei veicoli che montavano i suoi dispositivi, o infine, più di recente, Mitsubishi

Per il 2018 la sfida, non tanto per il governo, ma per le stesse aziende, sarà riformarsi dall’interno e rilanciarsi a livello internazionale. Il rischio infatti è serio: rimanere indietro nella competizione globale.

Diplomazia

Anche Taro Kono, ministro degli Esteri giapponese, è alle prese con un problema di competitività. Così pochi giorni fa ha formalizzato una richiesta di acquisto di un jet dedicato alle missioni diplomatiche per «contrastare l’attivismo diplomatico cinese». Da quando è in carica ad agosto di quest’anno, come d’altronde tutti i suoi predecessori, Kono si è sempre spostato con aerei di linea. Al momento, solo il primo ministro e la famiglia imperiale hanno diritto a voli di Stato quando viaggiano all’estero. Un ostacolo non da poco per chi, come lui, vuole dare una scossa alla politica estera giapponese e dimostrare quell’atteggiamento proattivo sugli scenari internazionali sponsorizzato dallo stesso Abe dal 2012.

L’immagine della diplomazia giapponese nel 2017 è quella però di un Paese apparentemente più autonomo dalle ingerenze statunitensi rispetto al passato. E la recente dichiarazione di impegno a favore del progetto della Nuova via della seta cinese – vista con diffidenza a Washington – ne è la migliore dimostrazione. La diplomazia giapponese sembra però attiva anche su altri fronti, a partire dalla vicina area del Pacifico – dove Tokyo cerca tradizionalmente di mantenere buoni rapporti con tutti – alla Russia, dall’Europa al Medio Oriente.

Come ricordato dall’ideogramma dell’anno, il 2017 è stato l’anno delle tensioni con la Corea del Nord. Anche in questo caso, Tokyo si è staccata dalla linea Trump, che in più occasioni ha minacciato l’intervento armato, sottolineando l’importanza della diplomazia. Non a caso, di pari passo con quella che sembra una distensione con Pechino, procede l’allentamento delle tensioni con Seul.

Sul fronte interno, d’altra parte, il governo di Tokyo ha giocato sulla percezione della minaccia nordcoreana, utilizzando sistemi di allerta alla cittadinanza in occasione dei recenti lanci missilistici, e promuovendo esercitazioni anti-missile in alcune località del Paese, comprese alcune città maggiori. Anche questo servirà probabilmente a costruire consenso intorno al progetto di riforma costituzionale che il governo conservatore propugna da anni ormai. Il partito liberaldemocratico, che detiene la quota di maggioranza dell’attuale governo, propone infatti una nuova Costituzione che riconosca, tra i suoi vari punti, l’esistenza di un esercito – che già c’è (le Forze di Autodifesa nazionali) ma non è sancito costituzionalmente e, a parte le missioni internazionali di peacekeeping sotto egida Onu, ha puro scopo difensivo.

Personaggi da seguire: Naruhito

La successione imperiale è un evento affascinante, avvolto da mistero sacrale e anacronistico. Il 2018 sarà l’anno dei preparativi all’interno della casata imperiale giapponese, la più antica stirpe monarchica attestata sulla terra, alla successione già calendarizzata per l’aprile del 2019. Il cambiamento sarà di quelli epocali perché, come avviene dal 1868, anno della restaurazione imperiale, al cambiamento di monarca corriponderà il cambio del nome dell’Era legata al suo regno. Finirà cioè l’epoca Heisei, della «Pace perfetta», e ne inizierà un’altra il cui nome è ora solo nella testa dell’erede al trono, il principe Naruhito.

Nella primavera del 2016, l’imperatore Akihito aveva annunciato il desiderio di abdicare per sopraggiunti limiti d’età e una condizione di salute che gli impedivano di realizzare a pieno il proprio dovere di simbolo della nazione. Quel desiderio dell’imperatore è stato trasformato in legge «ad personam». L’abdicazione era una pratica diffusa in passato ma abolita con la restaurazione ottocentesca. Sarà permessa in via eccezionale solo all’attuale monarca, ostaggio di un codice legislativo moderno che lo pone al di sotto del governo. Negli intenti di alcuni rappresentanti del governo ci sarebbe una nuova restaurazione e la netta opposizione a qualsiasi ipotesi di successione femminile – altra ipotesi paventata in seguito all’annuncio di Akihito, quando a conti fatti, sono appena quattro i possibili successori al trono del Crisantemo, di cui uno ultraottantenne.

Sarà quindi Naruhito a raccogliere l’eredità del padre, l’imperatore del popolo, un uomo che alle sue attività istituzionali ha unito attività di ricerca scientifica e di sostegno alle popolazioni colpite dai disastri naturali degli ultimi tre decenni. E sempre più nettamente negli ultimi cinque anni in modo deciso ma elegante, ha difeso contro la volontà dell’esecutivo la vocazione pacifista del Paese che sotto suo padre, Hirohito, ha vissuto l’incubo della guerra e dei bombardamenti atomici.

@Ondariva

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