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Giappone: nei centri di detenzione per migranti è scoppiata la protesta

Diverse decine di persone detenute in strutture per l’immigrazione in Giappone hanno avviato la scorsa settimana uno sciopero della fame. Chiedono alle autorità giapponesi un trattamento più umano.

È circa l’una di notte del 26 marzo quando una guardia del centro per l’immigrazione di Ibaraki, un centinaio di chilometri a nordest di Tokyo, si accorge che nella cella di Nguyen The Hung, un detenuto vietnamita sulla quarantina, c’è qualcosa di strano. L’uomo è per terra, sembra non respirare più. La guardia chiama i soccorsi. Troppo tardi, a nulla servono i primi soccorsi. Nguyen è morto.

Nelle prime ore dopo il ritrovamento, si fa strada l’ipotesi del suicidio. Ma la verità è più violenta. L’uomo, ha rivelato Reuters a inizio maggio, aveva avuto un infarto rimanendo per ore riverso sul pavimento della sua cella: la sua morte era stata completamente ignorata dal personale di guardia nella struttura.

Arrivato in Giappone nel 1998 per cercare asilo, il 47enne era stato arrestato per aver prolungato la sua permanenza nel paese del Sol Levante oltre la scadenza del suo visto e per traffico di droga. Da una settimana era stato trasferito in una cella d’isolamento per essere «monitorato» dopo aver lamentato dolori continui al collo e alla testa.

Nella struttura mancava infatti un medico di servizio a tempo pieno che lo potesse visitare e dargli un quadro completo del suo stato di salute e così il monitoraggio si traduceva nella mera somministrazione di antidolorifici da parte del personale di guardia.

Tredici morti in dieci anni

Quella di Nguyen The Hung è solo l’ultimo e più recente episodio di questo tipo nei centri di detenzione ed espulsione dei migranti illegali in Giappone. A novembre 2014, Niculas Fernando, originario dello Sri Lanka arrivato in Giappone per trovare la sua famiglia e rinchiuso in un centro per l’immigrazione di Tokyo dopo che le autorità aeroportuali avevano notato irregolarità nel suo visto turistico, muore in circostanze simili a quelle di Nguyen.

Fernando aveva fatto in tempo a vedere il figlio George dietro una barriera di plexiglass in una stanzetta dell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Haneda, a Tokyo. Meno di dieci giorni dopo, il suo corpo veniva ritrovato nella cella di isolamento dove era stato spostato anche lui per essere «monitorato», disteso a faccia in giù in una pozza di urina. Per giorni aveva lamentato forti dolori al petto, senza poter essere visitato da un medico. Pochi mesi prima di Fernando, un 57enne birmano e un camerunese di 43 anni, e un 33enne iraniano erano morti rispettivamente d’infarto e per soffocamento durante il pasto — probabilmente una reazione provocata dall’eccessiva assunzione di farmaci e psicofarmaci.

Proteste nei centri

Il governo giapponese ha però finora sempre smentito che le morti fossero imputabili alla negligenza del personale e tantomeno alla mancanza di assistenza sanitaria all’interno delle strutture di detenzione. Eppure un fondo di verità sembra esserci. A poco meno di due mesi dalla morte di Nguyen in due delle principali strutture di detenzione per clandestini del Giappone — a Tokyo e Nagoya, dove si contano rispettivamente 576 e 150 detenuti provenienti principalmente da Cina, Asia sudorientale e Medio Oriente — infatti è scoppiata una rara ma quanto mai significativa protesta.

Circa 90 detenuti hanno avviato uno sciopero della fame in segno di protesta contro le condizioni «disumane» in cui sono tenuti e contro la mancanza di assistenza medica. Dal 2006 sono state 13 le morti di detenuti stranieri, di cui quattro suicidi accertati. Almeno in cinque casi — compreso quello di Nguyen — la mancanza di un’assistenza sanitaria in loco — solo ad aprile, ad esempio il centro di detenzione di Ibaraki ha assunto un medico full-time e solo per i giorni feriali — ha giocato una parte fondamentale. L’aumento di questi casi tra il 2013 e il 2017 rispecchia l’aumento delle richieste d’asilo al governo giapponese, circa 8mila nel 2015, di cui solo 20 accettate.

Oltre a un miglioramento generale delle condizioni di detenzione, i migranti chiedono al governo di concedere il rilascio e la sospensione della pena detentiva. Ma tra riforma della costituzione e la storia d’amore a lieto fine della principessa Kako l’attenzione pubblica in Giappone — come anche all’estero — sembra rivolta da altre parti. Almeno per ora.

@Ondariva

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