Gli omosessuali sono “improduttivi”. Per queste parole la parlamentare della maggioranza Mio Sugita è finita al centro di una bufera mediatica. Nonostante alcune recenti iniziative a tutela della comunità Lgbt e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, il suo partito non ha preso provvedimenti contro di lei

Una coppia omosessuale si tiene per mano al gay pride a Tokyo. REUTERS/Thomas Peter
Una coppia omosessuale si tiene per mano al gay pride a Tokyo. REUTERS/Thomas Peter

Conservatrice, di destra e patriota. Amante della splendida cultura e storia del suo Paese e acerrima nemica della sinistra. Così si definisce Mio Sugita, parlamentare del Partito liberaldemocratico giapponese (Ldp), formazione politica al governo del Paese dal 2012, da anni impegnata in una battaglia contro le invenzioni degli "estremisti di sinistra”. 


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In un recente articolo apparso su un rotocalco giapponese, Sugita è tornata su uno di questi “miti”: la parità dei diritti tra persone di diversi orientamenti sessuali.

Il titolo del pezzo, un attacco ai media progressisti (come Asahi e Mainichi Shimbun) per aver coperto troppo il tema dei diritti delle cosiddette minoranze sessuali, recita: “il sostegno agli Lgbt è eccessivo”.

Stando a quanto riferito dai media giapponesi, nell’articolo Sugita riprende i temi di un video del 2015 di Channel Sakura, un canale Youtube di aperte visioni nazionalistiche e tra o più influenti del panorama della netto uyoku (la “destra del web”, un po’ l’equivalente dell’alt-right americana), in cui la stessa Sugita definiva “inutili” alcune iniziative a favore delle coppie gay prese da amministrazioni distrettuali e cittadine giapponesi.

Le emergenze, quelle “vere”, sono altre e in Giappone c’è già sufficiente tolleranza: queste le giustificazioni della parlamentare.

Su un punto, però, Sugita insisteva particolarmente: “Il Giappone è un Paese in declino demografico (…) Le coppie omosessuali sono ‘improduttive’. Perché usare soldi pubblici per sostenere la loro causa?”.

La nuova uscita discriminatoria di Sugita ha suscitato proteste immediate. Migliaia di persone si sono radunate davanti al quartier generale del Partito liberaldemocratico a Tokyo lo scorso 27 luglio con bandiere arcobaleno e cartelloni per chiedere le dimissioni di Sugita da parlamentare.

Il suo partito, nella figura del segretario generale Toshiro Nikai, non ha mostrato di voler contestare la propria parlamentare. Nikai ha precisato che l’Ldp è una formazione eterogenea, in cui ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione. L'assenza di una reprimenda ufficiale è in realtà riprova del fatto che il partito sia su posizioni piuttosto tradizionaliste in tema di famiglia e diritti civili.

Le discriminazioni su omosessuali e transgender sono ancora diffuse in Giappone. In un articolo apparso nei giorni scorsi sul Japan Times, Hifumi Okunuki, ricercatrice universitaria e presidente di un sindacato indipendente, cita alcuni casi che hanno fatto giurisprudenza, come quello di un golf club che ancora nel 2014 ha rifiutato di rilasciare la tessera di iscrizione a un manager che aveva da poco cambiato sesso.

La giustizia giapponese ha in più occasioni punito i responsabili di questi atti discriminatori: nel caso citato sopra, il golf club è stato costretto a risarcire 1 milione di yen (poco meno di 10mila euro).

Anche per questo, forse, la sensibilità su queste problematiche è sempre più diffusa. Dal 2015 alcune amministrazioni locali, ultima in ordine di tempo Osaka, terza città del Paese, rilasciano certificati di equiparazione alle coppie sposate alle coppie omosessuali che ne fanno richiesta. Per queste amministrazioni la lotta alle discriminazioni non è solo una questione di civiltà. C’è un valore strategico: abbattendo le barriere si attraggono nuovi residenti e si crea un “brand” locale.

Tutti fattori che, evidentemente, alla patriota Sugita sono sfuggiti.

@Ondariva

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