A Tokyo, con la primavera, è tornata la stagione delle proteste. Ieri oltre trentamila persone - studenti universitari insieme ad attivisti pacifisti e antinuclearisti - sono scese in piazza davanti alla Dieta nazionale per chiedere le dimissioni del primo ministro Shinzo Abe, accusato di nepotismo.

Dimostranti durante una manifestazione contro il primo ministro Shinzo Abe. REUTERS/Issei Kato
Dimostranti durante una manifestazione contro il primo ministro Shinzo Abe. REUTERS/Issei Kato

Il refrain della protesta è stato Abe wa yamero (Abe vattene). «Perché i politici che noi scegliamo per rendere la nostra vita migliore, possono comportarsi in modo disonesto e irresponsabile?» ha detto una studentessa salita sul palco allestito davanti alle barricate della polizia sul viale antistante il cancello principale della Dieta nazionale.


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Per il capo del governo giapponese quella appena conclusasi è stata una settimana nera a causa di nuove rivelazioni sul caso di una scuola veterinaria gestita dalla Kake Educational Institution, un’azienda educativa privata presieduta da Kotaro Kake, uomo molto vicino al primo ministro Abe.

Mercoledì scorso, il premier giapponese ha partecipato a una riunione della commissione sul budget della Camera bassa del parlamento per smentire voci relative a un suo ruolo nel favorire l’ok da parte delle autorità statali all’apertura della scuola in una zona economica speciale designata dal governo.

Abe ha difeso la legittimità dell’apertura dell’istituto, inaugurato proprio a inizio mese a Ibari, nella prefettura di Ehime, Giappone sudoccidentale, affermando di non aver interferito in alcun modo nel processo decisionale. Abe avrebbe appreso del progetto della Kake solo a inizio del 2017, quando questo ricevette il semaforo verde dal Ministero dell’Educazione.

Parole che contrastano con quanto dichiarato appena il giorno prima dal governatore della provincia di Ehime, Tokihiro Nakamura, che ha confermato un incontro tra funzionari della prefettura, rappresentanti della Kake e del governo centrale nel 2015 a Tokyo.

A quell’incontro partecipò anche Tadao Yanase, allora segretario di Abe e oggi funzionario di alto livello del Ministero dell’Economia, dell’Industria e del Commercio. Secondo quanto rivelato in esclusiva dal quotidiano Asahi Shimbun, Yanase avrebbe detto agli invitati che la proposta della Kake era una questione che «riguardava direttamente il primo ministro».

«Il governo centrale dovrebbe parlare onestamente, proprio come il nostro governo prefetturale», ha dichiarato polemicamente Nakamura.
Qualcuno, insomma, sta mentendo e i sospetti ricadono immediatamente sul primo ministro giapponese. Abe si trova nell’occhio del ciclone per lo scandalo Moritomo Gakuen, un altro ente scolastico privato, di chiare posizioni nazionaliste, che proprio grazie all’intervento del capo del governo avrebbe ottenuto uno sconto sull’acquisto di un terreno dismesso dallo Stato. E non sono solo parti della società civile a chiedere le dimissioni del primo ministro.

Questi, però, gode ancora di una vastissima maggioranza parlamentare e difficilmente abbandonerà l’incarico prima della scadenza del mandato. Ma all’interno del suo stesso partito, il liberaldemocratico, cresce la fronda degli oppositori. Jun’ichiro Koizumi, ex primo ministro, ha pronunciato parole secche nei confronti del suo ex protetto e capo segretario di gabinetto: «Difficile che sarà confermato al vertice del partito».

La partita per la successione – a settembre si terranno le elezioni per il presidente del partito – è ufficialmente aperta. Tre candidati sono già pronti ai blocchi di partenza: Shigeru Ishiba, ex ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, figlio dello stesso ex premier, e Fumio Kishida, ex ministro degli Esteri. Ma sarebbe sbagliato considerare Abe fuori dai giochi. Non è un caso che sulla stampa anglofona Abe si sia guadagnato il soprannome di "teflon": è ormai un politico esperto in grado di superare indenne, o quasi, anche le tempeste più violente.

@Ondariva

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