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Giappone, presto (forse) il divieto di fumo in bar e ristoranti

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Il Giappone vuole smettere i panni di paradiso dei fumatori, ma non tutti sono d’accordo. A cominciare dalla maggioranza di governo.

Il ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (MHLW) di Tokyo ha da qualche mese — ancora ad ottobre dello scorso anno — sottoposto all’attenzione delle camere una proposta di legge per vietare il fumo in luoghi pubblici come uffici pubblici, ospedali, scuole, ristoranti e bar. L’obiettivo è rendere il paese arcipelago un posto meno a rischio di danni alla salute a causa del fumo passivo in vista delle Olimpiadi 2020 e del conseguente boom di arrivi dall’estero.

Per quanto negli spazi pubblici (scuole, università, stazioni, municipi, ecc.) esistano già delle aree designate al fumo la novità principale è la fine della tolleranza in bar e ristoranti. Niente più fumo passivo, occhi rossi, gola secca e niente più puzza di fumo sui vestiti dopo una serata in izakaya. I fumatori giapponesi — dovranno anche dire addio alla sigaretta di rito tra una birretta o un highball — i popolari cocktail di whiskey e soda — e l’altro e agli spray assorbiodore — anch’essi molto diffusi e in dotazione in ogni hotel e casa con fumatori che si rispetti — o ancora tra una giocata al pachinko — una macchina per il gioco d’azzardo a metà tra una slot e un flipper — e l’altra.

Opposizione dalla maggioranza

Una sconfitta su tutta la linea: i fumatori potranno ancora fumare in casa propria o, se all’aperto, trovare un’area pubblica designata. Oppure acquistare per una cifra intorno ai 2000 euro una comoda cabina prefabbricata, installabile direttamente nel proprio ufficio in cui rinchiudersi per la pausa sigaretta, in cui rinchiudersi per la pausa sigaretta.

La proposta di legge sta incontrando numerosi ostacoli sul suo percorso. E ad essere contrari alla misura sono in primis alcuni parlamentari del partito di governo. Giovedì scorso, nel corso di un incontro della commissione salute e welfare del Partito liberaldemocratico è scoppiata la bagarre. Secondo il responsabile della commissione, «oltre il 90 per cento» dei suoi colleghi parlamentari sono contrari alla proposta ministeriale tanto da definirla «troppo radicale».

C’è chi si è spinto fino a definire la proposta «incostituzionale» per violazioni della libertà individuale — bizzarro che a saltare sui propri banchi siano gli stessi che approvano il rigetto dell’articolo 9 della costituzione postbellica, quello in cui il Giappone rinuncia eterna alla guerra come risoluzione dei conflitti tra stati. Da parte loro infatti i parlamentari vorrebbero che il ministero proseguisse sulla strada della «segregazione» — bunen — dei fumatori nei luoghi pubblici invece di optare per un provvedimento a cascata. Una bionda, infatti, è pur sempre un «lusso legittimo»

Anche al governo conviene segregare, forse

Difficile quindi, scrive il Japan Times, che la legge passi entro il prossimo marzo o venga approvata così come era stata stilata dai tecnici del Mhlw. Sono già state infatti predisposte alcune eccezioni alla regola — come ad esempio l’esclusione dal divieto per i locali non più grandi di 30 metri quadrati e locali in cui si servono alcolici ancora da definire.

Ma, come fa notare il magazine online Quartz, la recente lotta al fumo in Giappone ha degli aspetti assai contraddittori. Nella proposta ministeriale non è previsto alcun aumento del prezzo al pacchetto, ancora estremamente contenuto e tra i più bassi dell’area Ocse — 460 yen, tra i 2 e i 4 euro, contro i 12 di New York o i 18 dell’Australia. Il prezzo estremamente accessibile mantiene la percentuale di fumatori relativamente alta — 30 per cento tra gli uomini e il 10 tra cento per le donne. Lo stesso governo giapponese ha un ruolo di rilievo nell’industria delle sigarette da cui ricava importanti entrate fiscali: il ministero delle Finanze di Tokyo è proprietario di più di un terzo delle azioni della Japan Tobacco — gruppo multinazionale proprietario, tra gli altri, del brand Camel — spesso usato, ricorda ancora Quartz, per paracadutare dirigenti pubblici prima della pensione. Segregare, insomma, in questo caso conviene anche al governo.

@Ondariva

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