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Anche Tokyo vuole scongiurare il rischio Brexit

Un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea potrebbe mettere a rischio gli investimenti giapponesi — e migliaia di posti di lavoro — in Regno unito. Così anche a Tokyo si studiano strategie per fronteggiare il Brexit.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe con il suo omologo inglese David Cameron, lo scorso maggio a Chequers, Regno Unito. Foto via: neweurope.eu

 «Il Giappone preferisce chiaramente che la Gran Bretagna rimanga nell’Ue»: così Shinzo Abe, primo ministro giapponese, aveva lanciato lo scorso 5 maggio il suo appello al cosiddetto «Bremain», la permanenza di Londra nell’Unione.

Il motivo di preoccupazione di Abe è semplice: «Un voto a favore dell’uscita dall’Europa renderebbe il Regno Unito meno attraente per le aziende giapponesi». Molte multinazionali del paese-arcipelago, infatti, aveva aggiunto Abe, hanno il centro delle loro operazioni europee proprio in Gran Bretagna, considerata la «porta d’accesso» al Vecchio continente.

Quella di Abe non è certo l'unica voce extra-europea a pronunciarsi contro il Brexit. Le sue preoccupazioni sono condivise anche da Stati Uniti e Cina, gli altri due maggiori partner economici del Regno unito.

Negli ultimi quarant’anni, la Gran Bretagna ha contribuito a rendere l’Europa un attore importante nel mondo. Allo stesso tempo, la permanenza in Europa ha aiutato la Gran Bretagna ad attrarre investimenti e forza lavoro. Ora questo sistema è a rischio di collasso. E le conseguenze preoccupano anche Tokyo.

Sono circa mille i nomi della Japan Inc. che investono su suolo britannico, dando lavoro a quasi 140mila persone.

Multinazionali come Hitachi, Nissan, Fujitsu e Nomura, scrive il Nikkei Shimbun, principale quotidiano economico di Tokyo, sono alcune delle aziende che starebbero valutando in queste ore l’impatto di un’uscita della Gran Bretagna dell’Ue sui propri business.

I manager delle multinazionali giapponesi impegnate in Gran Bretagna temono l’effetto Brexit sugli accordi di tipo commerciale e finanziario che hanno reso negli anni la Gran Bretagna, tra i paesi europei con il regime fiscale più agevolato per le aziende, una meta ideale per operare sul mercato europeo.

La scorso maggio, il Financial Times — di proprietà dello stesso editore del Nikkei, molto vicino al mondo imprenditoriale del Sol levante — ha pubblicato una lettera firmata dal presidente di Hitachi Hiroaki Nakanishi e altri top manager del conglomerato giapponese. In essa, si faceva appello ai britannici perché non «voltassero le spalle» all’Europa.

«Il Regno unito potrà negoziare nuovi accordi con l’Europa, anche in caso di Brexit», scrive Nakanishi. «Ma servirà tempo. E in questo tempo, gli investitori internazionali molto probabilmente resteranno ad aspettare. Chi può dire con certezza che se il paese si stacca dal blocco rimarrà così facile e senza costi per le multinazionali esportare prodotti dalla Gran Bretagna al resto dell’Europa?».

Come scrive infatti ancora il Nikkei, le aziende manifatturiere giapponesi si troverebbero a far fronte a un aumento del 10 per cento sulle tariffe doganali mettendo in difficoltà aziende come Nissan e Honda che assemblano in Gran Bretagna ma vendono principalmente — tra il 70 e il 90 per cento del totale prodotto — in Europa continentale.

Per non parlare del settore finanziario, dove sarebbe già tutto pronto per affrontare eventuali turbolenze post-Brexit.

Il quotidiano economico presenta il caso di Sumitomo Mitsui e Nomura: finora le due corporation finanziarie avevano giovato del sistema della licenza singola europea per fare affari nella City di Londra e oltre Manica. Il rischio di Brexit mette a rischio lo status quo della finanza continentale.

Tanto che Sumitomo avrebbe già pianificato di sostenere fondi di sicurezza denominati in sterline per evitare contraccolpi, mentre Nomura pare intenzionata a sfruttare maggiormente «risorse esistenti altrove in Europa». 

Con buona pace delle migliaia di lavoratori che dopo il 23 giugno, giorno del voto sul referendum britannico, potrebbero vedere il proprio posto a rischio.

@Ondariva

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