Giapponesi soddisfatti ma infelici?

Il 74 per cento dei giapponesi si dice soddisfatto del proprio stile di vita, mai così bene dal 1963. È però una misura affidabile del tasso di felicità del paese?

Più del 70 per cento dei giapponesi si dichiara soddisfatto del proprio stile di vita. È il nuovo sondaggio sulla Vita della Popolazione condotto dall’Ufficio del Primo ministro a farlo sapere. Rispetto all’anno precedente i soddisfatti della propria condizione sono in aumento di quasi il 4 per cento.

Un risultato così «ottimista» non si registrava da oltre 50 anni.

«Pare — ha spiegato un funzionario dell’ufficio del Primo ministro — che i livelli di soddisfazione siano saliti con la graduale ripresa economica a livello globale».

Non è un caso infatti che i giapponesi che si dichiarano soddisfatti del proprio reddito siano in aumento rispetto agli anni precedenti (51,3 per cento). Appena il 25 per cento, in calo di 3,5 punti percentuali rispetto all’anno scorso.

Numeri così positivi non si vedevano dal 1963, ricorda il quotidiano Mainichi Shimbun. Erano gli anni, quelli, del boom economico post-bellico, del cosiddetto «miracolo giapponese». L’anno successivo Tokyo avrebbe ospitato le Olimpiadi, un volano economico per un paese che già allora cresceva a ritmi vertiginosi e mai registrati prima.

Proprio l’effetto che il governo Abe vorrebbe dalle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Non è un caso nemmeno il fatto che, a una domanda su quale dovrebbe essere, a parere del partecipante, il focus dell’attività di governo, la maggioranza abbia indicato come priorità assoluta il welfare, le politiche economiche tese a favorire la crescita e il contrasto al rapido invecchiamento della popolazione.

Tuttavia, rimane un forte 46,9 per cento di  partecipanti al sondaggio del governo che si dichiarano «scontenti» del proprio stipendio e oltre il 65 per cento che pensa che le proprie condizioni di vita subiranno pochi o nessun cambiamento.

Il quadro d’insieme che risulta dal sondaggio governativo è che in Giappone la soddisfazione e la felicità della popolazione dipendano soprattutto da condizioni meramente economiche come il reddito individuale. 

Può essere questo definito un quadro «felice»? Da anni il paese del Sol Levante è in discesa nel ranking Onu del World Happiness Report, che lo colloca al 51esimo posto. Per essere un paese molto sviluppato, il Giappone è straordinariamente infelice.

Dalle pagine del Japan Times, l’autore Michael Hoffman, riprendendo uno scritto del romanziere Akira Tachibana, prova a ragionare sul concetto di «felicità». Il punto di partenza è il seguente: «l’uomo è in generale infelice».

«Dovremmo essere riconoscenti per la nostra infelicità — continua Hoffman —; da essa dipende la nostra sopravvivenza. Troppa felicità allo stadio primitivo dell’evoluzione umana ci avrebbe condannato all’estinzione nella lotta contro concorrenti meno felici e più attenti…Possiamo fare a meno della felicità. Ma la resilienza è essenziale». È questa, spiega l’autore a permetterci di superare dalle piccole tragedie quotidiane, alle malattie, alla perdita dei propri cari financo alla distruzione delle proprie vite in seguito a disastri naturali, guerre e crisi economiche.

Per l’uomo — animale sociale per eccellenza, compresi i giapponesi — la felicità o l’infelicità sono frutto delle sue relazioni sociali. In particolare, sottolinea Hoffman, oggi è la stima percepita degli altri — il meccanismo dei like su Facebook è esemplare — a determinare l’una o l’altra. La felicità perfetta — una sorta di «nirvana» — la raggiunge forse solo chi riesce a isolarsi completamente e vivere in un mondo virtuale determinato primariamente da un lavoro autonomo.

Vista così, non bastano certo solo il reddito o una crescita economica continua — come sembra dire il sondaggio dell’Ufficio del primo ministro — a condizionare l’umore. 

@Ondariva

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