Due scritte a Tokyo riaccendono il dibattito sulle (inesistenti) politiche di accoglienza del Giappone. Non sono pochi i casi di privazione dei diritti degli stranieri senza permesso. Intanto il governo vuole allentare i lacci sull’immigrazione di lavoratori poco specializzati

Una donna attraversa in bicicletta un passaggio dipinto con graffiti. Giappone REUTERS / Toru Hanai
Una donna attraversa in bicicletta un passaggio dipinto con graffiti. Giappone REUTERS / Toru Hanai

“Fermiamo i graffiti”. In un tweet la scorsa settimana, l’ufficio immigrazione di Tokyo ha condannato due scritte comparse negli ultimi giorni su un ponte stradale nella capitale.


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Il tweet dell’ufficio dell’immigrazione definiva i graffiti “ingiusti”, “terribili”.

In Giappone i graffiti sono illegali e solitamente provocano dibattiti pubblici con pene pesanti per chi viene trovato in flagranza di reato. Il senso di responsabilità civica potrebbe aver spinto i gestori del profilo social dell’ente a condannare il fatto anche perché il luogo dove le scritte sono apparse, Konan Ohashi, nel distretto di Minato, in un’area a sudovest della capitale, si trova a cinque minuti a piedi dall’Ufficio immigrazione di Tokyo.

Tuttavia, a fare notizia è il contenuto delle scritte comparse a Konan Ohashi: “Free refugees” e “Refugees Welcome”. E, non a caso, i commenti dell’Ufficio dell’immigrazione sono stati accolti da critiche – “I graffiti sono più importanti delle vite umane?” ha scritto un utente Twitter – e da decine di tweet a favore – “Non è convincente difendere persone che riescono a pagarsi costosi biglietti aerei”, ha denunciato un altro.

Il gesto degli anonimi graffitari è però un’accusa forte alle autorità statali, in un Paese che negli ultimi anni si è dimostrato particolarmente impermeabile alle recenti ondate migratorie da Africa, Medio Oriente e Asia meridionale.

A fronte di 19.628 richieste d’asilo arrivate agli uffici competenti nel solo 2017, Tokyo ne ha accettate appena venti, lo 0,1%, un dato che mette virtualmente Tokyo in stato d’accusa da parte delle le organizzazioni internazionali che si occupano di difesa dei diritti umani.

A pesare ulteriormente sulle politiche di accoglienza di Tokyo è il nodo dei centri di detenzione per gli stranieri entrati illegalmente o con permessi scaduti. Ad aprile di quest’anno, nel centro di controllo dell’immigrazione – questo il nome istituzionale di queste strutture – del Giappone orientale, nella prefettura di Ibaraki, nordest di Tokyo, un trentenne indiano è stato trovato morto nelle docce comuni. L’uomo si era tolto la vita dopo che la sua richiesta di rinnovo del permesso di rilascio provvisorio era stato rifiutato.

Il fatto aveva provocato un’ondata di protesta nel centro e l’inizio di uno sciopero della fame da parte dei detenuti che avevano denunciato condizioni disumane e detenzioni superiori anche ai due anni.

Già nel 2016 una protesta simile era scoppiata in un altro di questi centri di detenzione, a Osaka, terza città del Giappone.

Prima della morte del giovane indiano aveva fatto scalpore la vicenda di un’altra rifugiata curda.

Mehriban Dursum ha ventidue anni ed è arrivata in Giappone a sei, nel 2001, per raggiungere i suoi genitori, di etnia curda, sfuggiti alla repressione del governo turco. Per anni ha vissuto nel Paese estendendo il suo permesso provvisorio fino a che, un anno fa, viene arrestata per soggiorno illegale e rinchiusa in una struttura detentiva per immigrati illegali.

Qui rimane per quattro mesi, senza poter nemmeno prendere i medicinali di prescrizione per gli attacchi di panico.

Il caso di Mehriban Dursum ha avuto spazio su blog e social network. Il sito Bengoshi Dotcom News, gestito dall’associazione degli avvocati, ha dato particolare rilievo al caso e alle proteste di decine di attivisti alla stazione di Shibuya, in uno dei principali incroci della metropoli (in giapponese: https://www.bengo4.com/kokusai/n_7531/).

«In Giappone senza un permesso di soggiorno, ci si vede negati tutti i diritti umani e si riceve un trattamento da criminali», aveva dichiarato in quell’occasione Genki Futami, un impiegato che ha lanciato una petizione su change.org per la liberazione di Mehriban e per i diritti umani dei migranti.

Nel 2015, il primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva dichiarato che il suo governo avrebbe dato precedenza a migliorare le condizioni dei propri cittadini più vulnerabili come anziani e donne, prima di poter accogliere rifugiati dalla Siria. Parole, quelle del capo del governo di Tokyo, che suonavano come una chiusura quasi totale del Paese rispetto ad un’emergenza umanitaria di ampiezza globale.

Oggi, però, a fronte di una sempre maggiore domanda di manodopera – e possibilmente a basso costo – Tokyo vuole aumentare il numero di ingressi fino a 500mila persone e ad accogliere il doppio dei richiedenti asilo (60) entro il 2020.

Il problema, secondo gli attivisti, è ancora nell’approccio dello Stato giapponese all’immigrazione. Un approccio burocratico: chi è “certificato” avrà accesso ai diritti di base. Chi no, come le persone in regime di “rilascio provvisorio” continuerà ad avere difficoltà. A livello di studio, di lavoro o, più semplicemente, a richiedere l’assicurazione sanitaria pubblica.

@Ondariva

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