La crisi del burro in Giappone

Il Giappone si prepara ad affrontare la seconda crisi energetica in meno di cinque anni. Questa volta niente a che vedere con combustibili fossili o nucleari, ma con qualcosa di  più "fisiologico": i grassi animali.

Una confezione di burro dell'Hokkaido in un supermercato giapponese. Foto credit: huffingtonpost.co.jp

Il prossimo inverno, infatti,  il burro potrebbe essere il grande assente nelle case giapponesi.

A inizio giugno il ministero dell’agricoltura, delle foreste e della pesca ha ordinato una fornitura di emergenza di burro da 10 mila tonnellate, in previsione dell’aumento della domanda dei “lingotti bianchi” a fine anno, tempo di stufati di massa e pasticceria a raffica. 

Qualche giorno prima della decisione del governo, a fine maggio, un rapporto della Associazione giapponese di produttori caseari (Jda), aveva messo in chiaro che se non si fosse fatto qualcosa al più presto, anche nel 2015, per il secondo anno consecutivo, le scorte sarebbero state sottoposte a una pressione insostenibile

Nonostante la dieta sana generalmente diffusa — appena il 3,5 per cento della popolazione è obeso contro il 30 degli Stati Uniti — arriva anche per i giapponesi il momento di mettere da parte riserve di grasso per la stagione fredda.

Le stime della Jda paventavano un ammanco a fine anno di oltre 7 mila tonnellate anche a fronte delle importazioni e di un aumento della produzione interna di oltre il 5 per cento e invitavano il governo ad aumentare la quota di burro importato, fissata precedentemente a 2800 tonnellate. 

La versione ufficiale della carenza di burro è legata a uno dei problemi maggiori del Giappone contemporaneo: l’invecchiamento della popolazione

Molti produttori caseari dell’arcipelago hanno abbandonato il settore per limiti d’età, mentre altri continuano a lavorare in stabilimenti antiquati. Questi fattori, secondo il Nikkei, hanno fatto cadere la produzione nazionale di latte del 12 per cento in meno di dieci anni. Nonostante questo la domanda di burro rimane stabile, compresa tra le 70 e le 80 mila tonnellate. 

In questo clima, i produttori superstiti preferiscono vendere latte fresco — la cui domanda aumenta soprattutto con l’arrivo dell’estate — piuttosto che derivati come il burro.  

La decisione del governo di aumentare le importazioni, però, non ha finora sortito gli effetti sperati. Secondo quanto riportato dal principale quotidiano economico giapponese, il Nikkei Shimbun, lo scorso 25 giugno, il prezzo del burro ha toccato i massimi storici da 29 anni, sfiorando i 1400 yen (circa 10 euro) al chilo, oltre il 10 per cento più caro del prodotto nazionale acquistato da pasticcerie e aziende dolciarie.

Il sito d’informazione J-Cast, tuttavia, dà un’altra versione della vicenda. Alla diminuzione della produzione nazionale si accompagnano almeno altri due fattori. In primis c'è la rigidità del sistema di import del burro che penalizza le aziende  che cercano di procurarsi burro di importazione bypassando le quote stabilite dallo stato imponendo dazi più alti. Ai più conviene stare alle regole del gioco dettate dal governo: l'acquisto di burro si svolge su tre turni d’asta e favorisce chi ha maggiore potere d’acquisto — come i grandi produttori industriali Morinaga e Meiji interessati ad accumulare i preziosi panetti — mentre penalizza chi procura le scorte per il mercato al dettaglio. 

 A questo si aggiunge una ragione geo-economica. Il Giappone è attualmente impegnato a definire con gli Stati Uniti gli ultimi dettagli dell’adesione al Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’accordo di libero scambio che unisce le due sponde del Pacifico e che aprirebbe alle importazioni settori del mercato finora particolarmente protetti, tra cui l’agroalimentare. La resistenza da parte dei produttori sul tema Tpp è forte: il rischio è che i consumatori scelgano cibi a basso costo, meno controllati e quindi di qualità inferiore, a discapito dei prodotti nazionali garantiti e sicuri al 110 per cento. Ma, sembra sostenere J-Cast, la crisi del burro potrebbe essere la chiave di volta per convertire anche le frange più intransigenti alla nuove necessità di liberalizzazione.

Se così fosse non sarebbe tanto sorprendente. In fondo, il burro è uno dei prodotti simbolo della modernizzazione-lampo del Giappone a partire dall’ultimo quarto del 19esimo secolo. E ora può diventare emblema della definitiva apertura del Sol Levante al mercato globale.

@Ondariva

 

 

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