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La passione dei giapponesi per le terme

Il carattere ゆ (yu) in bella mostra sulle tendine alla porta d’ingresso o su qualche insegna luminosa laterale. Il vapore bianco che esce dalle canne fumarie di un tetto spiovente, un vago odore di zolfo. Un viavai di persone con piccoli asciugamani intorno al collo e con i capelli umidi. Bottigliette di vetro vuote dentro a cassette di plastica.

Immagine del Maguse Onsen, provincia di Nagano. Foto credit: naganolodge.co.jp

Quando pensiamo alle terme, in Europa ci vengono in mente aerosol, cure dimagranti, clisteri, trattamenti con i fanghi in amene località collinari o montane fuori dal caos cittadino. Uno di quei posti — scriveva Manuel Vázquez Montalbán — pieni di “gente ridotta a chiedere perdono per il proprio corpo”.

In Giappone, per chi non ha particolari problemi di salute per cui l’acqua di questo o quell’onsen è raccomandata, un bagno caldo sembra puramente una questione di relax e socialità. La popolazione senior è ovviamente la più affezionata alle tradizionali abluzioni ma l’onsen conserva un carattere universale che coinvolge tutti, uomini e donne — anche se oggi nella maggior parte di queste strutture la separazione dei sessi è severa — single e famiglie. Chi non ha possibilità di andare fuori città alle sorgenti termali si può accontentare del sentō, il bagno pubblico con vasche di acqua corrente riscaldata.

A questi ambienti, Mari Yamazaki ha dedicato un fumetto, Thermae Romae, in cui un architetto dell’antica Roma viene catapultato attraverso un viaggio nello spazio e nel tempo attraverso le acque termali da Roma in un bagno pubblico in un luogo non ben precisato dell’arcipelago del Sol Levante. Lucius, il protagonista, osserva le peculiarità del bagno alla giapponese — la doccia, il latte nella bottiglia di vetro, per fare qualche esempio — e li riporta a casa adattandoli alla latinità e ricevendo i favori dell'imperatore Adriano.

Rispetto agli standard europei, in Giappone i bagni caldi (termali e non), però, mantengono prezzi popolari. Di conseguenza, ci possono andare tutti — o quasi, dato che all’ingresso di solito si trova un cartello che letteralmente significa “divieto di tatuaggi”, un invito agli appartenenti ai clan di yakuza, la mafia giapponese, a stare lontano dalle vasche di acqua termale.

Gli onsen in particolare sono luoghi simbolo del Giappone, una delle cose meno inquietanti della vita in un paese costruito su vulcani e faglie particolarmente ballerineCe ne sono di tutti i tipi dai grandi stabilimenti moderni alle vecchie strutture in legno conservate intatte da parecchi decenni, ai piccoli tesori nascosti nelle zone più remote del paese. Questi, in particolare, sono oggi sempre più a rischio visto il costante invecchiamento della popolazione e lo spopolamento delle aree rurali.

Il governo giapponese ha deciso di affrontare il problema e a inizio di questo mese ha proposto una revisione dei trasferimenti alle amministrazioni locali per la manutenzione delle strutture pubbliche. Da qui ai prossimi cinque anni il piano del governo è di tagliare il 30 per cento della spesa attuale per tenere sotto controllo il debito pubblico  che quest'anno ha toccato il quadrilione di yen (poco più di 10 mila miliardi di dollari). È prevedibile dunque che sempre più edifici pubblici — tra cui anche onsen, case di quartiere, biblioteche — chiuderanno.

A parte le decisioni a livello centrale, spesso ci si mette di mezzo anche qualche caso di cronaca.

Qualche giorno fa, la notizia della chiusura di uno stabilimento rinomato per la sua vasca all’aperto —rotemburo —in cui potevano entrare sia uomini sia donne ha fatto il giro del paese-arcipelago.

 

Foto del Fudonoyu, provincia di Tochigi, nord di Tokyo. Foto credit: sankei.comFoto del Fudonoyu, provincia di Tochigi, nord di Tokyo. Foto credit: sankei.com

 

Secondo le indagini, il luogo era stato preso d’assalto da gruppi di non meglio specificati individui con il vizio del sesso di gruppo. Le prime lamentele degli abitanti locali risalgono ad almeno un anno fa. Il caso ha messo in discussione la sopravvivenza del piccolo stabilimento. Fino allo scoppio del caso mediatico, infatti, il Fudō no yu — una vasca in una valle coperta di vegetazione — era gestito con i proventi dei biglietti di ingresso (200 yen, circa un euro) dall’associazione turistica locale. Ora per non rischiare un nuovo fermo, o la totale chiusura, bisognerà trovare un’alternativa.

Il che potrebbe significare cedere la gestione del luogo ai privati, come è successo in altri casi in cui  — magari qualche catena alberghiera locale — che possono permettersi di pagare un servizio di sorveglianza. Per gli onsen fan — come li chiamano in Giappone — le avventure domenicali  alla ricerca delle vasche più segrete potrebbero farsi sempre più difficili.

 @Ondariva

 

 

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