Un operaio va in bicicletta vicino ad una fabbrica nella zona industriale di Keihin a Kawasaki, in Giappone, il 15 novembre 2017. REUTERS / Toru Hanai
Un operaio va in bicicletta vicino ad una fabbrica nella zona industriale di Keihin a Kawasaki, in Giappone, il 15 novembre 2017. REUTERS / Toru Hanai

La riforma del lavoro del governo Abe, pensata per rilanciare la produttività del Paese, ultima tra i membri del G7, si è arenata. Il motivo? I dati a supporto della riforma presentati dal primo ministro in commissione erano falsi.


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L’incauto Abe aveva citato, prendendo spunto da un rapporto del ministero del Lavoro, della Salute e del Welfare, il caso di un lavoratore che in un giorno aveva registrato 45 ore di straordinario e di altri che invece avevano bollato la cartolina in uscita 60 minuti dopo l’entrata. E questi erano solo gli errori più evidenti.

A parte i difetti del provvedimento, il contenuto della legge aveva fatto alzare numerose sopracciglia nelle opposizioni parlamentari e nella stessa opinione pubblica, sempre più sensibile alle morti da superlavoro dopo i casi di una giornalista 31enne della Nhk, scomparsa nel 2013, e di un operaio edile di 23 anni impiegato nel cantiere del nuovo stadio olimpico di Tokyo.

In un Paese dove la maggioranza dei lavoratori dipendenti usa appena la metà dei giorni di ferie a propria disposizione - 18,5 in media - e dove le domande di indennizzo al ministero per morti da superlavoro superano le mille unità all’anno, il provvedimento sembrava andare in direzione opposta agli obiettivi del governo.

La proposta di legge conteneva infatti, tra gli altri, un provvedimento teso ad allargare il sistema di lavoro discrezionale, quello per il quale un datore di lavoro stabilisce un salario fisso a fronte di un certo numero di ore, indipendentemente dalle ore realmente lavorate, applicato al momento in professioni specialiste, come avvocati e giornalisti, e dirigenti d’azienda. Una proposta che strizzava l’occhio alle imprese, che in molti settori devono fare fronte alla scarsa disponibilità di manodopera.

La tegola finale sul provvedimento è arrivata proprio nelle ultime ore. L’ufficio sugli standard lavorativi di Tokyo ha confermato che la morte nel 2016 di un dipendente del comparto immobiliare di Nomura, una delle più grandi banche del Giappone, era stata causata dalle troppe ore di lavoro. L’uomo collaborava con l’azienda sulla base di un contratto a orario discrezionale, con una quota di straordinari compresa nel compenso mensile. In un mese l’uomo aveva collezionato 180 ore di straordinario.

In Giappone è infatti ancora radicata una cultura del lavoro legata al presenzialismo dei dipendenti. Dal 2017 il governo sostiene l’iniziativa del cosiddetto premium Friday, un venerdì di uscita anticipata al mese, senza però molto successo. Lo scorso anno alcuni casi di karoshi - morte da superlavoro, appunto - hanno riacceso i riflettori sulle condizioni di lavoro in alcuni settori lavorativi, in particolare nella comunicazione e nelle costruzioni, dove i lavoratori sono spesso costretti a lavorare più ore del dovuto.

Con la nuova proposta di legge Tokyo intendeva anche, tra gli altri provvedimenti, stabilire un tetto massimo di ore lavorate annue – 720 ore – e ridurre il gap salariale tra lavoratori a contratto e dipendenti. Ora, per il governo, è tutto da rifare.

@Ondariva

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