Le navi fantasma nordcoreane preoccupano Tokyo

È stato il mese delle navi fantasma sulla costa occidentale del Giappone. Almeno tre casi registrati negli ultimi trenta giorni. Si tratterebbe di pescherecci nordcoreani alla deriva. O forse in fuga

Una barca di legno che ha trasportato otto pescatori nordcoreani alla deriva. Yurihonjo, Prefettura di Akita, Giappone, 24 novembre 2017. Mandatory credit Kyodo/via REUTERS
Una barca di legno che ha trasportato otto pescatori nordcoreani alla deriva. Yurihonjo, Prefettura di Akita, Giappone, 24 novembre 2017. Mandatory credit Kyodo/via REUTERS

Negli ultimi giorni le immagini di un soldato nordcoreano riuscito a fuggire dal proprio Paese verso la Corea del Sud hanno fatto il giro del mondo. L’uomo, 23 anni, ha superato il confine a bordo di un mezzo militare, nonostante i controlli e in condizioni di salute precarie a causa di malattie (come infezioni intestinali e tubercolosi) probabilmente contratte durante il servizio militare e accentuate dalla malnutrizione. Secondo il medico che lo ha curato, il giovane, a cui i media si riferiscono con il cognome Oh, sarebbe spaventato da possibili ritorsioni da parte di Pyongyang, ora che parrebbe essere al sicuro in un ospedale sudcoreano. Il suo incubo, ha spiegato il medico, è essere rapito e riportato a nord del 38esimo parallelo.

In giapponese, lingua straordinaria quando si tratta di esprimere di concetti complessi in poche sillabe, esiste una parola per chi come Oh riesce a "evadere" dalla Corea del NordDappoku, letteralmente "denordizzazione". Di questi tempi la parola torna a circolare non solo grazie al soldato Oh.

Il periodo tra novembre e dicembre è infatti un momento particolare nelle aree costiere del paese arcipelago affacciate sul Mar del Giappone: oltre a essere stagione di pesca – seppia, granchio reale e tricodontidi, pesci del Pacifico simili al persico – è periodo di avvistamenti di "navi fantasma" nordcoreane.

Nella maggioranza dei casi si tratta probabilmente – l’avverbio in questi casi è d’obbligo data la scarsità di informazioni diffuse – di pescherecci alla deriva che riescono, seguendo le correnti, ad approdare sulle coste giapponesi o finiscono intercettate dalla guardia costiera. Nel migliore dei casi, i pescatori arrivano a terra vivi e vengono tenuti in custodia dalla polizia locale. Alcune volte però, come è successo a dicembre 2015, le barche arrivano a terra con a bordo solo cadaveri.

La scorsa settimana, otto persone, forse di nazionalità nordcoreana, sono state trattenute e interrogate a Yurihonjo, prefettura di Akita, costa occidentale del Giappone, dopo essere state notate sulla spiaggia da alcuni residenti. Secondo quanto riportato dai media nazionali, gli otto avrebbero spiegato alle autorità di avere avuto un guasto al motore e che la loro imbarcazione, un peschereccio di legno di circa 20 metri con una targa di riconoscimento numerica con un carattere in hangul, l’alfabeto coreano, aveva subito danni alla poppa (qui in giapponese).

La palla è passata quasi immediatamente all’ufficio immigrazione della città di Sendai e quindi al governo centrale. Il Paese «risponderà in maniera appropriata», ha confermato lapidario alla stampa il capo portavoce del governo giapponese Yoshihide Suga. Una volta terminate le udienze del ministero della giustizia giapponese, gli otto membri dell’equipaggio del peschereccio – che, sempre secondo i media giapponesi, non hanno fatto richiesta di asilo – saranno rimpatriati. Ma permangono dubbi e perplessità su tempi e modalità data l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali e il periodo di estrema tensione tra Tokyo e Pyongyang.

Nel 2017 si sono registrati più di quaranta attracchi di fortuna di navi probabilmente partite dalla Corea del Nord. Come rivelato da Reuters nel 2015, da quando Kim Jong Un è al potere, il regime nordcoreano ha deciso di puntare sulla pesca nel tentativo di trovare una fonte di approvvigionamento alimentare parallela all’agricoltura, troppo sensibile alle variazioni del clima. L’incarico di gestione dell’industria ittica è stato affidato all’esercito nordcoreano, che però in regime di risorse limitate e sotto pressione da parte del governo centrale, si affida a imbarcazioni di fortuna.

Tuttavia, come per i casi precedenti, anche intorno a quello di Yurihonjo rimane un alone di mistero. Chi sono davvero gli otto fermati dalla polizia? Cosa li ha portati in Giappone? Un incidente durante una battuta di pesca in mare aperto oppure un tentativo di dappoku?

Nessuno può dirlo davvero, ma la coincidenza temporale con il caso del soldato Oh lascia spazio alle speculazioni.

Come racconta il giornalista giapponese di origine coreana Jinil Pyon (qui in giapponese), nel 2011 un’imbarcazione nordcoreana alla deriva venne intercettata dalla guardia costiera giapponese a largo della penisola di Noto, prefettura di Ishikawa, costa occidentale del Giappone. A bordo sei persone, tra cui tre bambini in età scolare. Interrogato, il leader del gruppo aveva confermato di essere un soldato nordcoreano in fuga con la famiglia verso la Corea del Sud. La loro piccola imbarcazione era andata in avaria ed era naufragata sulla costa giapponese. "In casi di emergenza - scrive Pyon - [i nordcoreani] si dirigono verso il Giappone». Niente di paragonabile a quello che negli ultimi anni succede nel Mediterraneo certo. Ma, secondo il giornalista, se la situazione dovesse precipitare e la Corea del Nord dovesse diventare una seconda Siria, sulla base di convenzioni internazionali e di una legge per i diritti umani dei cittadini nordcoreani del 2006, Tokyo dovrà fornire assistenza e, con tutta probabilità, accoglienza.

@Ondariva

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