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Nippo-americani contro Trump

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che entro la prossima settimana firmerà un nuovo bando anti-musulmani. Tra i più vocali oppositori del provvedimento c’è stata la comunità nippo-americana della West Coast.

Qualche settimana fa, la foto di un bambino con gli occhi a mandorla azzurri, un cappellino di lana in testa e nelle manine un cartello con scritto: «Japanese Americans against Muslim Registry» (Nippo-americani contro il registro dei musulmani), ha fatto il giro del web. È stata scattata da un’avvocatessa dell’American Civil Liberties Union durante la Women’s march del 21 gennaio scorso e diffusa via Twitter.

L’ignaro bambino è così diventato il simbolo della protesta della sua comunità — circa mezzo milione di persone, concentrati principalmente in California — contro il presidente Trump e della convergenza tra americani di origine giapponese e comunità musulmane degli Stati Uniti. La storia dei nippo-americani «inizia» infatti il 19 febbraio 1942, quando l’allora «commander in chief» Franklin Delano Roosvelt firmò un ordine esecutivo — il 9066 — che imponeva la deportazione di tutti i cittadini di origine giapponese fuori dalla zona di esclusione militare del Pacifico — ovvero gran parte della costa ovest degli Stati Uniti. La decisione fu presa in ritorsione all’attacco di Pearl Harbor e, si legge ancora oggi sul sito degli Archivi nazionali del governo di Washington, «per prevenire lo spionaggio e proteggere le persone di origine giapponese da eventuali danni procurati da americani con forti tendenze antigiapponesi».

A partire da febbraio e per tutta la primavera dello stesso anno oltre 130mila persone furono deportate dalla costa in campi di internamento negli stati centrali degli Stati Uniti. Al tempo, in California, viveva circa il 90 per cento dei nippo-americani, il 60 per cento dei quali era di seconda generazione, i cosiddetti «Nisei», e quindi formalmente cittadino americano. Oltre 5mila cittadini giapponesi di prima generazione — nati in Giappone e dunque non eleggibili per la cittadinanza americana — furono arrestati come potenziali minacce alla sicurezza nazionale e internati. Si trattava di personalità di spicco nella comunità nippo-americana di allora, arrivati negli Usa come lavoratori non specializzati tra la fine dell’800 e i primi decenni del 900. Quanti si opposero agli sgomberi furono rinchiusi in campi riservati ai dissidenti politici.

Le condizioni dei campi non erano certe quelle riservate a ospiti «da proteggere». Le testimonianze arrivate fino ad oggi parlano di sorveglianza costante da parte di guardie armate e condizioni igieniche precarie. Nei campi per dissidenti gli internati furono sottoposti a «trattamenti disumani e inutilmente crudeli» come lancio di gas lacrimogeni e umiliazioni pubbliche con tanto di gogna. Finita la guerra gli Usa eseguirono rimpatri e annullarono la cittadinanza a centinaia di nippo-americani. Per decenni sarebbero stati oggetti di un divieto di reingresso negli Stati Uniti. La loro vita e tutta la loro comunità ne uscì distrutta. A più di quarant’anni di distanza dagli internamenti, nel 1988, Washington presentò le sue scuse ufficiali e riconobbe un indennizzo di 20mila dollari ad ogni internato sopravvisuto. In totale gli indennizzi ammontarono a 3,2 miliardi di dollari odierni.

Dopo la bocciatura da parte della corte federale dello stato di Washington, Donald Trump ha annunciato poche ore fa che riproporrà il bando, ripensato sulla base della sentenza dell’alto tribunale. Come già nei giorni scorsi, la comunità nippo-americana sarà a fianco dei musulmani d’America e continuerà a denunciare l’inopportunità di un bando sull’immigrazione di stampo etnico-razziale. È la loro stessa storia ad offrire un esempio di quanto decisioni simili — prese in situazioni di crisi — possano rivelarsi violente.

Così ha scritto Ashlyn Nelson, professoressa associata alla Indiana University Bloomington e cittadina americana di origine giapponese, in un suo recente contributo sul sito di Al Jazeera: «(Noi nippo-americani, ndr) Sappiamo tutti troppo bene come diritti costituzionali e libertà civili possano essere ignorate in un clima di paura indotta e questa eterna vigilanza è il prezzo della nostra fragile libertà».

@Ondariva

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