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Il nuovo shogun, Abe tra i premier più longevi della storia giapponese

In visita a Taormina in occasione del 43esimo meeting del G7, Shinzo Abe è diventato il terzo leader giapponese più longevo del dopoguerra a pari merito con il suo «mentore» Junichiro Koizumi.

Basta una veloce occhiata alla lista degli invitati dei vertici dei grandi della terra dal 2013 per notare che il capo del governo giapponese, il primo politico giapponese ad assumere la carica esecutiva più importante del paese nato dopo il 1945, è stato, insieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel — e a Vladimir Putin, non fosse «uscito dal gruppo» nel 2014 —, una presenza costante del vertice nell’ultimo quinquennio.

Non è un caso. A Taormina, venerdì scorso, infatti, Abe ha tagliato il traguardo dei 1980 giorni in carica. Forte di risultati economici positivi, di una opposizione evanescente e di una certa influenza sugli organi di informazione — che stanno contribuendo a limitare l’impatto sull’amministrazione di alcuni scandali che riguardano da vicino premier e first lady per concessioni di terreni e permessi per strutture scolastiche private a persone vicine agli Abe — ha eguagliato così il record di Koizumi, il carismatico primo ministro che nel 2005 lo lanciò nella politica che conta nominandolo primo portavoce del governo.

Meglio di lui hanno fatto solo due politici: Shigeru Yoshida, il leader della ricostruzione postbellica e della riabilitazione del paese agli occhi della comunità internazionale, in carica tra il 1946 e il ’47 e dal ’48 al ’54 ed Eisaku Sato, l’uomo della «reconquista» di Okinawa, l’isola più meridionale del Giappone fino al 1972 amministrata dalla marina militare Usa, nonché prozio di Abe, recordman assoluto con 2798 giorni alla guida del governo di Tokyo.

Sulla carta, l’attuale primo ministro giapponese potrebbe ben presto eguagliare anche il suo avo. A marzo di quest’anno il Partito liberaldemocratico (Pld), di cui il premier giapponese è presidente dal 2012, ha approvato una modifica al suo regolamento interno che prolunga il limite dei due mandati triennali consecutivi alla guida del partito a tre. Insomma, in caso di vittoria alle «primarie» del partito conservatore nel 2018, Abe potrebbe restare presidente del Pld — e dunque primo ministro — fino al 2021. Se questo scenario si realizzasse, l’attuale primo ministro giapponese non solo supererebbe il prozio ma batterebbe ogni record, superando anche Taro Katsura, il capo del governo più longevo della storia del Giappone moderno, in carica per tre mandati tra il 1901 e il 1906, tra il 1908 e il 1911 e ancora tra il 1912 e il 1913.

Inoltre, restando al potere fino al 2021, Abe potrebbe assistere dal suo seggio di capo del governo della terza economia mondiale a momenti storici cruciali per il futuro del paese: la riforma della costituzione pacifista del 1947 — che entro il 2020 dovrebbe riconoscere moderatamente la presenza delle forze armate giapponesi —, la successione imperiale — l’attuale imperatore, Akihito, ha fatto sapere di voler abdicare ritenendo le proprie forze non sufficienti per continuare nel suo ruolo di «simbolo della nazione» e da poco il governo ha approvato una bozza di legge che concede l’abdicazione come «privilegio esclusivo» dell’attuale sovrano —  e sfruttare la passerella internazionale delle Olimpiadi del 2020 per consolidare la propria immagine di statista in patria, e perché no, all’estero.

Più ad ampio spettro, la permanenza di Abe a Nagatacho — il circondario dove si trova la sede del primo ministro a Tokyo — comporterebbe di fatto il radicamento di un blocco politico ultra-conservatore con tendenze revisioniste e sicuritarie proprie non tanto di una democrazia parlamentare, quanto più di una dittatura «soft». Un radicamento che potrebbe peraltro arginare le frange del Pld ancora più a destra di Abe e co.  Ad ogni modo, è probabile che ai nuovi «khanati» sorti in anni recenti in Asia e dintorni, si dovrà forse aggiungere un nuovo «shogunato». 

@Ondariva

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