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Su Pearl Harbor (e sul calcio femminile) non si scherza

Hanno fatto sognare un paese intero ma alla fine si sono dovute arrendere allo strapotere americano. La nazionale giapponese di calcio femminile è stata sconfitta nella finale mondiale dalle giocatrici americane. Un episodio che qualche netizen negli States ha definito (per gioco, ma nemmeno tanto) una “vendetta” per Pearl Harbor. 

Le ragazze della nazionale di calcio femminile giapponese in allenamento. Foto credit: japantimes.co.jp

Nell’ultima settimana, le ragazze della nazionale di calcio femminile giapponese, le Nadeshiko Japan, come sono soprannominate usando il nome di un fiore che è simbolo della bellezza pura e schiva, hanno riacceso la passione giapponese per il calcio. 

Migliaia di tifosi hanno seguito le gesta delle ventiitré eroine sui campi canadesi fino alla finale di domenica scorsa. Nei giorni precedenti, le Nadeshiko erano state protagoniste di spot pubblicitari e articoli di giornale. Una nota catena di convenience store del paese ha costretto — e costringe tuttora viste le qualificazioni ai mondiali maschili — i propri dipendenti a indossare la maglietta della nazionale di calcio.

La popolarità delle ragazze del calcio nipponico è apparsa per certi versi maggiore di quella dei colleghi uomini, i superincensati — qualcuno pure strapagato — Samurai Blue. Anche perché, a differenza di questi ultimi, le Nadeshiko sono delle vincenti. Nel 2011 le ragazze allenate da Norio Sasaki hanno riportato in Giappone una coppa del mondo conquistata sui campi della Germania, quanto mai simbolica, visto l’annus horribilis per il paese del Sol Levante — a marzo il triplo disastro del nordest del paese. Quella vittoria aveva favorito un vero e proprio boom del calcio femminile, poi gradualmente svanito.

L’arrivo in finale dopo la vittoria travolgente contro l’Australia e la vittoria di misura contro l'Inghilterra la scorsa settimana avevano in qualche modo riacceso le speranze dei tifosi nella seconda coppa consecutiva.  

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Così non è stato. In finale le ragazze di Sasaki si sono viste rifilare cinque gol dalla corazzata americana guidata da Carli Lloyd, autrice di una tripletta e di un gol da cineteca.  Ma al di là dei risultati sportivi, il match ha avuto un forte impatto sui social. Solo che la discussione ha preso una brutta piega. Le Nadeshiko si sono ritrovate infatti al centro di una quanto mai improbabile affermazione di orgoglio nazionale Usa

Su Twitter è iniziato a circolare il tweet: “Giappone, non dimeticheremo mai #PearlHarbor”. A fine giornata la stringa è stata preferita più di 8500 volte e ritwittata oltre 11mila, facendo balzare PearlHarbor, Nagasaki e Hiroshima in cima ai trend del social network.

Qualcuno ha aggiunto “loro hanno distrutto Pearl Harbor e noi abbiamo distrutto i loro sogni”. 

“Hidoi” (letteralmente “ingiusto”) hanno risposto in molti dal Giappone.

Qualcuno, non solo in Giappone, ha risposto che settant’anni fa le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki avevano già servito lo scopo. Qualcun altro, infine, ha ricordato che si trattava solamente di una partita di calcio

In linea generale, i commenti impropri dei netizen americani non hanno suscitato uno scoppio di anti-americanismo che per certi versi ci si poteva aspettare. Negli ultimi anni, come spiega Jeff Kingston in questo articolo apparso sul Japan Times, si è assistito a una crescita esponenziale della presenza di attivisti di destra sul web giapponese. Inoltre, dal 2012, da quando il secondo governo Abe è entrato in carica, la retorica revisionista e patriottica è tornata al centro dell’agenda politica di Tokyo. I tentativi di revisione della costituzione, il costante rifiuto dell’attuale amministrazione di chiedere scusa ai vicini asiatici per i crimini di guerra, il trattamento della questione delle comfort women come “balla”, fino alle linee guida del governo per riportare nelle università e nelle scuole pubbliche bandiera e inno nazionale vanno in quella direzione.

Sarà che gli americani sono tornati gli alleati numero uno di Tokyo: a maggio scorso Abe ha ricevuto gli applausi a scena aperta del Congresso Usa portando a casa la decisione di rafforzare l'esercito giapponese e la cooperazione difensiva con Washington.

Eppure i riferimenti a Pearl Harbor e alla Seconda guerra mondiale, almeno da chi si è espresso sui social, sono stati trattati con spirito critico. Segno che la retorica di Abe e della netto uyoku (la destra online) non ha ancora attecchito completamente. Per molti le uscite sono frutto dell’“ignoranza” storica di qualche americano. Che forse, molto più dei giapponesi, sembrano aver perso memoria di quanto successo settant’anni fa.

@Ondariva

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