Sosta a Hanoi. La «piccola Cina» cerca la sua strada

Oltre mille delegati del Partito comunista del Vietnam sono riuniti in questi giorni a Hanoi per nominare la leadership che guiderà il paese nei prossimi cinque anni. Al centro dell’agenda, la crescita, la lotta alla corruzione e i rapporti con la Cina e il mondo.

Delegati al 12esimo congresso del Partito comunista vietnamita. Foto credit: vietnamnet.vn

Percorrendo in auto l’autostrada tra l’aeroporto di Noi Bai e il centro di Hanoi, l’impressione è che questi non siano giorni come gli altri. Le automobili e gli scooter danzano in un continuo carosello tra le insegne di propaganda colorate di rosso e giallo, intervallate da qualche cartellone pubblicitario, le aiuole curate al dettaglio, le bandiere nazionali alle finestre delle case e, su qualche palazzo, il volto sereno del padre della patria Ho Chi Minh.

Il 21 gennaio si è aperto il 12esimo congresso del partito comunista vietnamita. La città è stata preparata al dettaglio per accogliere gli oltre 1500 delegati provenienti dalle 63 provincie, dai ministeri e dalle principali agenzie di stato.

Le insegne e le decorazioni sono l’unico dettaglio visibile del dai hoi — così è chiamato il congresso in vietnamita — perché il circo della politica locale è riservato a un pubblico attentamente selezionato. I media, in questi giorni, passano solo i comunicati che arrivano dal partito, anche se  Internet (Google, Facebook e il più delle volte anche Twitter compresi) va senza  problemi.

Un cartellone di propaganda per il congresso sulla via Kin Ma, HanoiUn cartellone di propaganda per il congresso sulla via Kin Ma, Hanoi

«Non vedo l’ora di saperlo!», mi confessa una funzionaria del ministero dell’educazione che incontro a una cena con una delegazione di docenti universitari giapponesi quando le chiedo chi pensa saranno i nuovi leader. Alza lo sguardo al soffitto.«In circostanze come queste, spesso le voci che vengono inizialmente date per scontate non si realizzano».

Le voci più accreditate danno uno scontro al vertice del Pcv che vede uno contro l’altro il primo ministro e il segretario generale del partito, vero vertice della piramide del potere.

Il primo, Nguyen Tan Dung (pronunciato all’incirca «niuén tan szum»), 66 anni, ex governatore della banca centrale e più giovane membro del Politburo nella storia del Vietnam unito, è considerato l’alfiere dell’economia di mercato — soprattutto, dicono i critici, se favorisce se stesso, la sua famiglia e i suoi protetti —; l’altro, Nguyen Phu Trong (pronunciato all’incirca «niuén fuu ciom»), 71 anni, una vita nel e per il partito e una laurea in Unione sovietica, si pone a difesa del Pcv e dei suoi organi.

Entrambi, e con loro il presidente Truong Tan Sang, coetaneo di Dung e come lui originario del Vietnam del sud, hanno vissuto la guerra americana — Dung a soli 12 anni era staffetta per i vietcong — e vissuto le trasformazioni economiche del paese che a partire dalla fine degli anni ’80 con il cosiddetto «doi moi» (rinnovamento) si apriva al mercato globale — a quei tempi Sang era ai vertici del partito di Ho Chi Minh City, centro economico del paese.

Nei loro discorsi pubblici in realtà, sottolinea su The Diplomat Alexander Vuving, i due insistono sugli stessi punti: economia di mercato, democrazia, riforma delle istituzioni dello stato per mantenere la crescita, difesa dell’integrità del territorio nazionale. Nel 2015 si è attestata al 6,7 per cento, in crescita rispetto ai due anni precedenti. Il Vietnam infatti beneficia dell'aumento dei costi del lavoro in Cina, che spinge diverse aziende — soprattutto nel settore delle calzature e dell'abbigliamento — a spostare la produzione dove i margini di profitto sono più ampi.

Parlando di fronte ai presenti al National Convention Center di Hanoi, a qualche chilometro dai laghi e dai café del centro storico della capitale, all’apertura del congresso, ai temi di cui sopra, Trong ha però aggiunto la lotta alla corruzione, senza risparmiare una bacchettata ai membri del partito che si sono allontanati dall’ideologia socialista.

Forse una frecciatina al suo avversario, che da diversi anni è accusato a vario titolo di nepotismo — la figlia è a capo di un importante fondo d’investimento, il genero è il pioniere di McDonald’s in Vietnam. Il nome del premier, ricorda ancora Vuving, è stato associato al crack Vinashin, l’azienda di cantieristica navale di stato,  del 2010. 

Con i «soldi facili» provenienti dal governo — guidato proprio da Dung che voleva trasformare le SOE in conglomerati à la chaebol coreani e perché no, creare più posti di responsabilità da assegnare a persone a lui vicine per allargare la sua influenza — nel 2007, Vinashin — come altre imprese di stato — aveva creato «154 sussidiarie — una ogni giorno e mezzo, esclusi i weekend», scriveva Bill Hayton nel suo libro del 2010 Vietnam: Rising Dragon. Molte di queste si erano però imbarcate in operazioni finanziarie poco redditizie finendo per creare montagne di debiti. Prima della sua ristrutturazione del 2011, il gruppo aveva accumulato un passivo di 4,5 miliardi di dollari.

Chiaro che la fronda interna al partito per bloccare la strada al vertice del partito a Dung sia cresciuta. L’ipotesi che la sua filosofia di «management» prenda piede nel partito sconta l’opposizione dei quadri più «conservatori» — anche nel suo incarico di capo del governo è sorvegliato da quattro vice-premier della fazione di Trong.

Dung piace però in patria e anche all’estero. Piace agli Usa, l’antico nemico con cui è stato da poco trovato un accordo sul Trans Pacific Partnership (Tpp), l'accordo di libero scambio che unirà le due sponde dell'Oceano Pacifico e che potrebbe, nelle previsioni degli esperti della Banca mondiale, contribuire alla crescita economica del paese. E sembra piacere soprattutto alla Cina, che è primo partner commerciale del Vietnam, alleato prezioso, ma anche vicino un po’ prepotente con le mani su un braccio di mare, il Mar cinese meridionale, su cui anche Hanoi rivendica sovranità.

Non è chiaro cosa succederà nel caso Dung fosse estromesso da ogni incarico di rilievo. È probabile che la nuova dirigenza prosegua sullo stesso percorso. Ci sono infatti da rassicurare gli investitori e i donatori internazionali — gli aiuti allo sviluppo valgono circa il 10 per cento degli introiti nelle casse statali vietnamite — spaventati da una possibile instabilità politica. Tra questi, oltre ai più vicini giganti asiatici, come Cina, Corea del Sud e Giappone, c’è anche l’Italia con 257 milioni di dollari di investimenti totali (dato aggiornato al 2013) e brand come Piaggio, Perfetti, Merloni, Mapei e Ferroli.

Vista notturna sulla via Nguyen Chi Thanh, a Hanoi.Vista notturna sulla via Nguyen Chi Thanh, a Hanoi.

I vertici del Partito hanno otto giorni per unire i tasselli del puzzle e dar via al nuovo corso. Chiedo alla mia interlocutrice se pensa che sia giusto che un paese giovane come il Vietnam — l’età media è di 29 anni — sia governato da "nonni" di 60 o 70 e se non vorrebbe altri leader, magari più giovani. Le cose stanno già cambiando, mi dice, in parte, nell’amministrazione pubblica. Ma ai vertici del partito non ha mai visto leader più giovani. Parlando di quelli che ci sono ora, si dice convinta che qualsiasi decisione sarà presa con coscienza. «Se sono arrivati dove sono — conclude — ci sarà un motivo».

@Ondariva

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