Setsuden: come è cambiato il consumo energetico giapponese, da Fukushima a Wikileaks

Setsuden, risparmio energetico. Da qualche anno è una delle parole d’ordine in Giappone. Strutture pubbliche e private sono coinvolte nello sforzo nazionale per risparmiare energia. Anche nella capitale Tokyo, una delle metropoli più popolose del mondo.

La centrale a carbone di Joban, nei pressi di Fukushima, nordest del Giappone

Nel 2013 fa la vicenda del giornalista giapponese Ken’ichi Saito aveva destato l’interesse dei media. Le ferite lasciate dall’incidente nucleare di Fukushima — che ha messo definitivamente in discussione la sicurezza dell’energia nucleare, di cui il Giappone, con i suoi 54 reattori, era uno dei primi produttori al mondo — erano ancora fresche. Il governo aveva deciso dopo l’incidente nucleare più grave da Chernobyl, di spegnere tutti i reattori e di sottoporli a controlli di sicurezza per evitare che in caso di grande terremoto si ripeta l’esperienza del marzo 2011. Da quel momento “setsuden” è diventato un mantra.

In quel contesto, Saito aveva lanciato una sfida: vivere con soli cinque ampere di corrente al giorno. Aveva cambiato quartiere, casa, stile di vita e attraverso il suo giornale, l’Asahi Shimbun, aveva dato un esempio virtuoso.

Un articolo apparso su Greentechmedia nel 2014 lodava gli sforzi del Giappone nell’aumentare l’efficienza del consumo e a promuovere iniziative di conservazione di energia, ovvero differenziare le proprie fonti di approvvigionamento di energia. Questo ha portato però il Giappone a diventare uno dei massimi importatori al mondo di petrolio e gas naturale, aumentando il deficit della bilancia commerciale del paese arcipelago.

Fukushima ha contribuito alla diffusione della filosofia del setsuden, ma come mostrano i dati della Banca mondiale, il consumo energetico pro-capite si è ridotto a partire dal 2010, prima, quindi, di Fukushima: i numeri parlano di un calo al di sotto dei 3600 chili di petrolio, rispetto agli oltre 4000 del 2005. 

Nonostante gli sforzi dei singoli e delle istituzioni per limitare gli sprechi a due anni di distanza, il Giappone è il paese con il più alto fabbisogno energetico al mondo, dietro a Stati Uniti, Cina e India e dopo Cina e Stati Uniti, il terzo consumatore di energia del mondo.

Non molto sembra cambiato, in apparenza. La sera le aree centrali delle principali città giapponesi sono un’esplosione di luci. Insegne luminose, luci dei ristoranti e di supermercati aperti 24 ore al giorno. Anche le aree periferiche e residenziali di metropoli come Tokyo sono illuminate dalle migliaia di macchinette automatiche che vendono bibite fredde e calde ogni cento metri.  

Soprattutto d’estate, poi, quando il clima si fa rovente e umido, quasi nessuno rinuncia all’aria condizionata in casa. 

Anche sui mezzi pubblici che spesso si trasformano in vere e proprie celle frigorifere (Non a caso, su alcuni vagoni dei treni metropolitani di Tokyo viene indicata la forza del getto di aria fredda consiglio: a meno che non siate amanti del freddo in piena estate, preferite, se ci sono, i jakureibosha, in caratteri cinesi: 弱冷房車, i vagoni dove l’aria condizionata è più debole).

Le ultime rivelazioni del sito Wikileaks sulle intercettazioni dell’Agenzia nazionale di sicurezza Usa (Nsa) hanno messo in luce poi il fatto che piani ambiziosi di riduzione delle emissioni di Co2 esistevano già ai tempi del primo governo Abe (2006-7). Una politica inizialmente nazionale che sarebbe dovuta essere discussa con gli altri paesi della comunità internazionale: un nuovo protocollo di Kyoto, che avrebbe previsto un taglio del 50 per cento delle emissioni entro il 2050. 

Piani che non avrebbero, spiega Wikileaks, incontrato il favore americano. E che il Giappone ha realizzato solo in parte. Ci è voluto un incidente come quello di Fukushima per invertire la tendenza. Ma solo di poco.

@Ondariva

 

 

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