Settant’anni da Hiroshima: quanta sincerità c’è nell’antinuclearismo di Abe?

L’anniversario di quest’anno dello scoppio della prima bomba atomica sulla città del Giappone sudoccidentale di Hiroshima è caduto in un periodo piuttosto complesso della storia recente del paese arcipelago. Da una parte, il governo di Tokyo vuole far approvare al più presto una serie di provvedimenti tesi ad ampliare il ruolo dell’esercito all’estero; dall’altro, il paese che appena quattro anni fa ha vissuto il terzo disastro nucleare della sua storia dopo le due bombe di Hiroshima e Nagasaki che fecero oltre 200mila morti, tornerà all’utilizzo dell’energia nucleare dopo due anni di nucleare zero.

Hiroshima, Japan - Japan's Prime Minister Shinzo Abe walks as he attends a ceremony at the Peace Memorial Park in Hiroshima, western Japan, August 6, 2015. REUTERS/Toru Hanai

Il tutto a meno di dieci giorni dall’anniversario della fine della Guerra del Pacifico.

“Abbiamo il dovere di mandare al mondo un messaggio che supera l’impatto umanitario catastrofico delle armi nucleari, al di là delle generazioni e dei confini nazionali”, ha detto il primo ministro giapponese Shinzo Abe durante la cerimonia di commemorazione di Hiroshima il 6 agosto scorso. Per questo, “con l’aiuto dei leader mondiali e di giovani da tutto il mondo — ha proseguito — faremo ulteriori sforzi per realizzare un mondo libero dalle armi nucleari”.

Abe ha infatti confermato la volontà di Tokyo di sottoporre all’assemblea generale delle Nazioni Unite del prossimo autunno una bozza di risoluzione per l’abolizione delle armi nuclaeri nel mondo, senza però fare riferimento, in rottura con il passato, ai “tre principi antinuclearisti” del Giappone: non possesso, non produzione, non introduzione sul territorio nazionale di armi nucleari.

La spiegazione è semplice: il discorso di Abe al memoriale della Pace di Hiroshima è arrivato a poche ore di distanza da una gaffe del ministro della difesa Gen Nakatani, che aveva affermato di “non escludere” la possibilità che armi nucleari siano trasportate sul territorio nazionale giapponese dopo l’approvazione delle nuove misure di sicurezza nazionale al momento in discussione in parlamento.

Secondo le misure già approvate da un ramo della Dieta giapponese, come già scritto in precedenza su questo blog, l’esercito giapponese potrà essere impiegato in missioni all’estero in esercizio del diritto all’autodifesa collettiva in base a tre condizioni: se un attacco armato che viene mosso contro un alleato del Giappone mette a rischio la sicurezza di cittadini giapponesi; se non ci sono altri mezzi appropriati per proteggere la vita di cittadini giapponesi; e se, infine, l’uso della forza richiesto per risolvere la situazione di crisi è limitato.  Le proposte di legge sono state portate in parlamento un anno dopo la decisione dell’amministrazione di interpretare l’articolo 9 della costituzione, che sancisce la rinuncia eterna del Giappone alla guerra come risoluzione delle controversie internazionali e il mantenimento di una forza militare con il solo compito difensivo.

D’altra parte — quasi ironicamente — il 10 agosto prossimo, un giorno dopo l’anniversario della bomba atomica su Nagasaki, sarà riportato online il primo reattore nucleare giapponese dopo due anni. In un clima a metà tra la festa per l’impatto positivo che la riattivazione potrà avere sull’economia locale di Satsumasendai, nella provincia meridionale di Kagoshima, e le proteste di centinaia di attivisti no nuke davanti alla centrale e a Tokyo, gli operatori della Kyushu Electric hanno completato il caricamento delle barre di combustibile nucleare nel reattore numero uno. Come spiegato in precedenza su questo blog, negli ultimi anni il Giappone ha adottato una politica energetica a nucleare zero basata sulla diversificazione delle fonti energetiche. Tuttavia, nonostante gli inviti al risparmio energetico, il consumo energetico sembra a livelli pre-Fukushima. In seguito allo spegnimento dei 54 reattori del paese, era chiaro che il Giappone poteva fare a meno del nucleare.

Secondo alcune teorie, l’alta concentrazione di centrali sarebbe una scelta strategica contro attacchi cinesi (o russi?) diretti agli Stati Uniti che potrebbe trasformare il Giappone in una sorta di enorme bomba nucleare suicida. Per quanto radicale possa apparire l’ipotesi, chi accusa il governo Abe di poca cautela nel rinunciare al pacifismo e al nucleare zero è d’accordo. Come ha spiegato ad Al Jazeera Toshiki Fujimori, uno dei sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima, le centrali servono più che creare energia a creare un deterrente chiamato plutonio.

@Ondariva

 

 

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