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Sistema kōban: perché le stazioni di polizia made in Japan piacciono tanto?

Orientarsi in una città giapponese non sempre è un gioco da ragazzi. Non tutte le vie hanno nomi distinguibili, per quanto scritti sia in caratteri cinesi sia in caratteri latini. Quasi tutto, infatti, dipende da codici, numeri e sottonumeri, tanto che in questi anni di frequentazione con il Paese del Sol Levante ho maturato l'idea che i mestieri più difficili siano legati proprio agli indirizzi: postini, consegne a domicilio e poliziotti.

L'ultimo caso è, secondo me, quello più rappresentativo. Al di là del mantenimento dell'ordine pubblico, il poliziotto giapponese deve sapersi orientare nella propria zona di competenza e saper di conseguenza dare indicazioni precise agli sventurati che non riescono a trovare l'indirizzo desiderato.
Quando ti perdi tra viuzze e casette basse, sai che il kōban – la piccola stazione di polizia locale – può essere la tua salvezza.

Il kōban è un piccolo edificio a uno o due piani dove stazionano gli ufficiali delle forze dell'ordine, tra manifestini di ricercati e avvisi alla cittadinanza. Ovviamente, il loro compito principale è di gestire la pubblica sicurezza, pattugliando le strade del quartiere o dell'area di assegnazione. Qui, inoltre, gli abitanti del quartiere di competenza si possono rivolgere per denunce, smarrimenti di oggetti, rinnovo delle patenti e questioni legate alla quotidianità del quartiere.

L'idea – citando dal sito in inglese della Tokyo Metropolitan Police (Keishicho) – è che il piccolo presidio territoriale aiuti a soddisfare le esigenze delle comunità locali e a far sentire generalmente più sicuri gli abitanti.

L'esempio di Tokyo non è casuale. Il corpo di polizia della metropoli è il più vasto del mondo, con oltre 40 mila agenti e quasi 3 mila impiegati. Molti di questi sono impiegati nei quasi mille kōban sparsi sull'area metropolitana, aree residenziali comprese.

Una rete di controllo capillare che contribuisce a rendere il Giappone uno dei paesi con la minor incidenza di crimini e quindi più vivibili. Stando ai numeri pubblicati da un rapporto Onu del 2013 sull'incidenza di omicidi nei paesi membri, ogni anno in Giappone meno di 0,5 persone sono vittima di omicidio. Secondo gli esperti questo parametro è affidabile in quanto gli omicidi vengono sempre denunciati a differenza di altri crimini minori.

Credits: unodc.org/businessinsider.comCredits: unodc.org/businessinsider.com  

Secondo un altro studio – il Better life index compilato dall'Ocse – alla voce “safety” (sicurezza) il Giappone si piazza ai vertici sopra Polonia e Regno Unito.

Per la sua supposta efficienza, il sistema dei kōban ha riscosso successo all'estero e contribuito a creare il “mito” della sicurezza del Giappone. Lo scorso anno le “police box” alla giapponese sono state introdotte in via sperimentale in Brasile in occasione dei mondiali di calcio e saranno riproposte in occasione delle Olimpiadi estive del 2016. Secondo quanto rivelato dall'Asahi shimbun, il sistema era stato introdotto in alcuni stati a partire dal 2000 tramite l'agenzia per la cooperazione internazionale nipponica (Jica) aiutando in maniera considerevole a ridurre l'incidenza di omicidi in città critiche come Sao Paulo. Entro il 2017 il sistema sarà esteso a tutti e 27 gli stati del Brasile.

Singapore fu il primo paese non giapponese a introdurre il sistema nel 1981 nell'ambito di una campagna “Impariamo dal Giappone” lanciata da Lee Kuan Yew, padre-padrone della città-stato deceduto qualche giorno fa.

La cosa non sorprende. Al di là del suo contributo alla sicurezza pubblica, il kōban è il potere dell'autorità statale che entra, per usare le parole del sociologo Yoshio Sugimoto, nell' “esperienza quotidiana” del cittadino. Come scrive Sugimoto in An Introduction to Japanese Society, il sistema impone una “severa sorveglianza” sugli individui che pur non formalmente obbligati sono “disposti a esporsi al macchinario di raccolta dati” delle autorità in nome della sicurezza. Sempre Sugimoto mette il sistema dei kōban è uno degli “ingredienti” primari dell' “autoritarismo amichevole” made in Japan. Cosa che, una volta trovata la strada di casa, anche lo straniero smarrito prima o poi impara.

@Ondariva

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