Sosta a Hanoi, ep. 2. Il caffè, la Vespa e la classe media che avanza

In un paese che cresce ad alti ritmi e dove l’economia di mercato ha ormai preso definitivamente piede, alcuni simboli resistono al nuovo che avanza. Due su tutti (li conosciamo bene anche in Italia): il caffè e la Vespa — prodotto simbolo, l'uno, e sogno «proibito», l'altro, della nascente classe media vietnamita.

Donne fanno shopping in un mall di lusso a Hanoi. Foto credit: businessinsider.com

 Lo «Zio» Ho, Ho Chi Minh, leader dei comunisti vietnamiti e del movimento di liberazione nazionale, primo presidente del Vietnam indipendente, mi sorride mentre tiro fuori la banconota da 50mila dong su cui è stampato il suo volto e pago un caffè — nero, molto spesso e amaro, con una punta di dolce speziato.

Intanto, intorno, c’è chi sorseggia del caffè ‘nong’, caldo — sono giorni più freddi del normale a Hanoi, in seguito all’ondata di gelo che ha interessato nell’ultima settimana il Nordest asiatico e la Cina, lambendo anche il Vietnam. Altri optano per il classico caffé ‘da’ (freddo) con latte in polvere e ghiaccio. È una scena, questa, a cui si assiste in tutti gli angoli della città.

I piccoli caffé aperti sulla strada, a due piani, aperti fino alle 9-10 di sera, stanno gradualmente prendendo il sopravvento sulle sale da té informali costituite da tavolini e sgabelli di plastica montati qui e lì sui marciapiedi di Hanoi. Un prodotto che fino alla fine del XX secolo era associato all'occupazione francese, oggi è ormai perfettamente inserito nelle abitudini di molti locali — anche se il tè, soprattutto a Nord, ha ancora molto seguito.

Insegne di caffè nei pressi del lago Hoan Kiem, nel centro di HanoiInsegne di caffè nei pressi del lago Hoan Kiem, nel centro di Hanoi

Alcuni avventori in una piccola sala da té, nella città vecchia di HanoiAlcuni avventori in una piccola sala da té, nella città vecchia di Hanoi

C’è chi si trova con gli amici per parlare, giocare a scacchi cinesi, a carte, chi fuma sigarette, chi approfitta del posto a sedere per mangiare uno snack o frutta — il tutto rigorosamente comprato altrove — e chi — sempre più numerosi — sta incollato allo smartphone, al pc o al tablet. In tutti i caffè, o almeno in tutti quelli visitati da chi scrive, infatti c’è il wi-fi (e non è certo un caso che il Vietnam sia tra i primi 15 paesi al mondo, anche davanti all’Italia, per diffusione della Rete).

Il Vietnam è tra i più grandi produttori di caffé al mondo, ma solo il 6 per cento è consumato internamente. Gran parte dell’Arabica e della Robusta coltivata in Vietnam viene venduta negli Stati Uniti e in Europa. Con il boom del caffé istantaneo nel mondo — più 62 per cento negli ultimi dieci anni dice Bloomberg — aziende locali come Trung Nguyen e internazionali come Nestlé hanno investito per espandere la capacità produttiva.

Con i coltivatori locali in balia delle oscillazione del prezzo del caffè sui mercati internazionali, il governo ora punta a favorire il consumo locale per arrivare a quota 25 per cento entro il 2030. Se la situazione nelle campagne rimane precaria, i primi risultati si sono già visti nelle città, dove il numero dei caffè continua ad aumentare. Ad Hanoi, Highlands Coffee, una delle catene autoctone fondata nel 2000 da David Thai, imprenditore vietnamita-americano, ha oggi trenta punti vendita solo nella capitale; altrettanti a Ho Chi Minh.

Dopo un bel caffè, si torna in ufficio o verso casa. Come? La risposta è per molti una sola: in motorino. La relativa carenza di alternative pubbliche — la prima metro è in costruzione — e il costo eccessivo delle auto — che però sono sempre più numerose — portano la maggior parte dei vietnamiti a optare per le due ruote. Che sono un vero e proprio simbolo socio-economico, metro del benessere del singolo.

Motorini a un semaforo nei pressi della stazione ferroviaria di Hanoi.Motorini a un semaforo nei pressi della stazione ferroviaria di Hanoi.

In assenza, almeno per ora, di valide alternative locali, la partita si gioca tra Italia e Giappone. «In Vietnam quasi tutti hanno una giapponese» — mi spiega una ricercatrice universitaria di Hanoi. «Ma — aggiunge — tutti vogliono un’italiana». Per chiarire: Honda e Yamaha sono i brand delle due ruote più accessibili, più economici e facili da riparare. Ma è la Vespa, la moto più ambita. «La Vespa è attraente, è trendy».

Me lo conferma un altro amico vietnamita, impiegato nel settore dei biocombustibili, Vespa-munito. «La Vespa è molto apprezzata per il suo design». Mi fa vedere la sua. Ma dopo poco confessa: «Questa in realtà non è mia. È di mio fratello. Finché lui è all’estero, la uso io», aggiunge con un pizzico di senso di colpa.

Piaggio in Vietnam è una realtà consolidata dal 2009 quando ha avviato la produzione nel paese asiatico. In seguito a un piano di aumento degli investimenti nel paese per espandere la produzione ad aprile dello scorso anno è stato tagliato il traguardo del mezzo milione di scooter. Con grande soddisfazione della dirigenza che vede nella crescente classe media locale e di tutta la regione del Sudest asiatico un mercato importante in prospettiva futura.
La concorrenza giapponese però rimane dura da vincere. «Vorrei una Vespa», mi dice una giovane dipendente pubblica. «Ma per le donne è un mezzo troppo pesante. I pezzi di ricambi sono troppo cari. E poi le ‘giapponesi’ consumano meno».

La classe media si sviluppa, sì. Ma rimane con i piedi per terra.

@Ondariva

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