Le donne giapponesi che hanno sposato ISIS

L’agenzia di stampa Associated Press ha svelato nuovi legami tra Giappone e Stato islamico. Alcune donne giapponesi avrebbero subito il fascino di ISIS e si sarebbero arruolate come mogli dei combattenti del califfato. Ma lo Stato fa opera di autocensura.

Secondo le fonti del governo iracheno citate dall’agenzia di stampa statunitense Ap, diverse donne giapponesi sarebbero tra le oltre 1300 persone accolte in una struttura di accoglienza predisposta dall’esercito iracheno al termine dell’offensiva che ha liberato la città di Tal Afar, nei pressi di Mosul, a fine agosto di quest’anno.

Sarebbero 14 le nazionalità rappresentate — in maggioranza Turchia, Russia, ex repubbliche sovietiche, ma anche Corea del Sud e Giappone.

«Siamo venute qui perché nel nostro paese non potevamo praticare la religione musulmana. Eravamo sotto controllo», ha spiegato una di loro — proveniente dalla regione del Dagestan, in Russia — ai giornalisti dell’Ap. «Non abbiamo visto nessun omicidio. Non è successo nulla», ha spiegato un’altra — di nazionalità azera — ammettendo di non essere a conoscenza delle brutalità imputate agli uomini del gruppo islamista radicale. Le 1300 detenute del centro sono tra le decine di migliaia di persone che negli ultimi anni si sono trasferite nei territori controllati dal gruppo dello Stato islamico attirate dalla propaganda dell’organizzazione.

Baghdad ha fatto sapere che le donne e i loro bambini saranno rimpatriati senza che siano incriminati.

Il «fascino» dell'Isis e l'autocensura dei media

A stretto giro, il Ministero degli Esteri di Tokyo ha fatto sapere di non avere elementi a sufficienza per determinare la veridicità del resoconto dell’Ap, ma di essere in contatto con il governo iracheno per le verifiche del caso. A una settimana di distanza dalla pubblicazione della notizia, poi, il governo giapponese, per bocca del suo portavoce capo, Yoshihide Suga, ha smentito categoricamente la presenza di donne giapponesi nel campo profughi nel nord dell’Iraq (in giapponese).

Tuttavia, sottolinea in un articolo apparso su Deutsche Welle Makoto Watanabe, sociologo della Hokkaido Bunkyo University di Sapporo, Nord del Giappone, l’ipotesi non sarebbe da escludere. Nel 2014 uno studente giapponese sospettato di volersi unire alla lotta armata degli islamisti in Siria fu trattenuto dalla polizia.

Da allora i media nazionali, contrariamente a quanto successo in Europa, dove le adesioni volontarie allo Stato islamico — soprattutto da parte di giovani donne affascinate dalla prospettiva di vivere da mogli di un militante — hanno avuto molto risalto nella cronaca, avrebbero compiuto un’opera di autocensura, spiega Watanabe, per evitare «ripercussioni interne» — ovvero per non stimolare in alcun modo l’adesione al gruppo islamista. In realtà, continua l’accademico, la propaganda dell’Is avrebbe avuto in Giappone la stessa risonanza di altre parti del mondo, soprattutto tra i giovani «sempre più disconnessi dalla società», soli e alla ricerca di una propria identità, dunque maggiormente inclini a credere a qualsiasi cosa leggano online.

Nuovi compiti per le forze di autodifesa

La vicenda, apparentemente chiusa dopo la smentita del governo, riporta le lancette indietro al 2015, quando il Giappone «scoprì» lo Stato islamico. A febbraio di quell’anno, l’Isis diffuse le immagini della decapitazione di due cittadini giapponesi — il giornalista Kenji Goto e il contractor militare Haruna Yukawa — scomparsi in Siria qualche mese prima. Il fatto diede nuova spinta al dibattito sulla riforma dell’articolo 9 della costituzione giapponese — che sancisce la rinuncia eterna alla guerra e al mantenimento di un esercito regolare — e alle discussioni sulla necessità di misure che permettano l’invio di militari giapponesi all’estero.

Pochi giorni prima dell’annuncio della morte dei due ostaggi nipponici, il governo Abe aveva annunciato un pacchetto di aiuti da 2,5 miliardi di dollari ai paesi coinvolti dall’avanzata dello Stato islamico. A settembre di quello stesso anno, il parlamento approvò una serie di modifiche alla legge che reinterpretano l’articolo «pacifista» e regola l’impiego all’estero delle forze di autodifesa giapponese. La nuova legislazione permette tra l’altro l’invio dei militari in missioni di ricerca e soccorso di ostaggi giapponesi in zone di crisi.

A gennaio di quest’anno il primo ministro giapponese ha però specificato che il paese non parteciperà alla guerra agli islamisti proclamata dall'amministrazione Trump. 

@Ondariva

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