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Storia e Fukushima: le lezioni che il Giappone può imparare dalla Germania

Gli ultimi giorni sono stati densi di ottimi consigli per il primo ministro giapponese Shinzo Abe. È un periodo di scadenze per il primo ministro giapponese, tra il quarto anniversario da Fukushima (caduto proprio l'11 marzo scorso) e l'impegno nello stilare un discorso molto atteso – soprattutto a Pechino e Seul – in occasione del 70esimo anniversario della resa giapponese e della fine della Seconda guerra mondiale.

Tokyo, JapanJapan's Prime Minister Shinzo Abe (L) bows to Emperor Akihito (2nd R) and Empress Michiko during the national memorial service for the victims of the March 11, 2011 earthquake and tsunami, in Tokyo March 11, 2015. Wednesday marks the fourth anniversary of the devastating March 11, 2011 earthquake which set off a tsunami killing nearly 20,000 and causing meltdowns at the Fukushima Daiichi nuclear plant. REUTERS/Toru Hanai
Il modello a cui guardare è uno: la Germania. A dirlo non due persone qualsiasi, ma Kenzaburō Ōe, scrittore premio Nobel nel 1994 e figura di spicco del rigenerato movimento anti-nuclearista giapponese, e la stessa cancelliera Angela Merkel.

In occasione del giorno di commemorazione del grande disastro del Nordest del Giappone, l'autore di “Insegnaci a superare la nostra pazzia”, parlando con l'Associated Press ha invitato il suo paese a seguire l'esempio della Germania che, per volere del governo guidato da Angela Merkel, abbandonerà l'energia nucleare entro il 2022. Poche ore prima era stata proprio la Merkel, in visita di due giorni nel Paese-arcipelago, per stringere accordi di cooperazione economica e commerciale, senza risparmiare qualche “bacchettata” alla sua controparte nipponica, a ricordarlo.

Nel frangente, però, il primo ministro Shinzō Abe aveva riaffermato l'importanza dell'atomo per il Giappone. Entro giugno di quest'anno sarà riacceso almeno un reattore della centrale di Satsuma-sendai nella regione del Kyūshū, a sud dell'arcipelago. “I politici giapponesi – ha detto Ōe – non stanno provando a cambiare la situazione ma semplicemente a mantenere lo status quo, anche dopo l'enorme incidente nucleare”. Un incidente che ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e devastato una regione dal punto di vista ambientale.

Appena il giorno prima della pubblicazione dell'intervista a Ōe, Merkel aveva parlato alla redazione dello Asahi Shimbun, uno dei maggiori quotidiani giapponesi. Senza alzare troppo la voce, la cancelliera tedesca ha invitato il primo ministro giapponese a riflettere “francamente” sul passato militarista del Sol Levante. E qui si pongono due interrogativi.

Perché ora e perché proprio all'Asahi?

Le scelte non sono casuali. Innanzitutto il luogo: l'Asahi Shimbun è noto per essere una voce liberale nel panorama dell'informazione mainstream giapponese, una che non ha mai risparmiato critiche alla stessa amministrazione Abe. Di recente il giornale è stato protagonista di uno scandalo che ne ha minato la credibilità e portato alla ritrattazione di una decina di articoli scritti negli anni '80 sulle donne costrette a prostituirsi per il “conforto” dell'esercito imperiale giapponese ed è ora in cerca di rilancio. Merkel è sicuramente una madrina d'eccezione per l'impresa.

Per quanto riguarda il momento, non ci sono grosse sorprese: sono mesi che sul discorso che Abe pronuncerà per il 70esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale aleggiano perplessità. Secondo quanto dichiarato dallo stesso primo ministro a dicembre, il discorso sarà “orientato al futuro” con accenni ai contributi del Sol levante in ambito internazionale. Una sorta di oblio interessato utile a coprire la parte più scomoda del discorso – quella sulle responsabilità di Tokyo nel conflitto. Un tentativo insomma di mettere da parte una volta per tutte la dichiarazione Murayama, un documento ufficiale del 1995 in cui venivano riconosciuti gli errori politici che portarono alla guerra del Pacifico e le “enormi sofferenze” causate ai “vicini asiatici”, in nome della nuova dottrina di Tokyo; un documento inviso all'attuale amministrazione che vorrebbe per il Sol levante un superamento del cosiddetto “complesso del dopoguerra” – per prendere a prestito un espressione cara agli esponenti nazionalisti della politica giapponese – che impedirebbe ai cittadini giapponesi di avere fiducia nel futuro per mancanza di senso di appartenenza e patriottismo.

L'ipotesi che Abe possa negare la dichiarazione Murayama, considerato documento cardine delle relazioni internazionali del Giappone, non è piaciuta a tutti. In particolare, ha richiamato in causa lo stesso ex primo ministro Tomiichi Murayama, ora 91enne, che ha attaccato l'idea del suo successore: “Tutti i primi ministri giapponesi lo hanno ereditato e ne hanno fatto una promessa di fronte alla comunità internazionale e una politica nazionale del Giappone”.

Bisognerà aspettare ancora qualche mese per vedere di cosa Abe parlerà nel suo intervento. L'ultimo a consigliare al premier di tenere un “profilo basso” e non occultare le responsabilità giapponesi nella guerra d'aggressione all'Asia iniziata nel 1937 con la seconda guerra sino-giapponese, è stato proprio il presidente della commissione di consiglieri nominati ad hoc in vista del discorso. Starà ora al capo del governo di Tokyo accettare o meno i buoni consigli.

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