Tokyo abbiamo un problema: la piena occupazione

Piena occupazione (o quasi): secondo dati diffusi questa settimana da Tokyo, la disoccupazione è scesa sotto il 3 per cento in Giappone. Una buona notizia, ma solo in apparenza.

Secondo dati economici diffusi questa settimana, la disoccupazione in Giappone è scesa al 2,8 per cento, ai livelli del 1994. La forza lavoro del paese del Sol levante è cresciuta di 510mila persone e conta oggi più donne (330mila) rispetto all’anno scorso.

Oggi, addirittura, ci sarebbero più posti di lavoro che individui candidati ad occuparli (il rapporto è di 1.43), una situazione che non si vedeva nel paese-arcipelago da 25 anni e che fa del Giappone un unicum nell'area G7.

La produzione industriale è inoltre cresciuta del 2 per cento su base mensile a febbraio 2017 e, di conseguenza, le aziende giapponesi stanno cercando di assicurarsi forniture di manodopera adeguate in vista di una possibile ripresa dell’economia globale. Ma le buone notizie finiscono qui.

Meno giapponesi, quindi meno disoccupati

La piena occupazione dipende infatti principalmente da un fattore strutturale: il calo demografico.

Se non aumenta la disoccupazione, insomma, è perché ci sono sempre meno lavoratori. Basti pensare che la popolazione lavoratrice giapponese oggi è pari a poco più di 76 milioni di persone contro i quasi 87 milioni del 1997. Come fa notare il quotidiano economico Nikkei Shimbun, la popolazione lavoratrice giapponese è diminuita di circa 500mila persone all’anno negli ultimi due decenni.

Esaminando il dato sull’occupazione più nel dettaglio, infatti, si scopre che i lavoratori uomini in età compresa tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti di 80mila unità su base annua, mentre è aumentata — insieme con le donne appunto — quella degli over 65 che oggi costituiscono il 30 per cento della forza lavoro totale del paese.

La speranza che il lavoro per tutti (o quasi) porti a stipendi più alti e quindi una ripresa dei consumi, è stata presto tradita. I 510mila neo-assunti del 2016 sono infatti in gran parte lavoratori part-time o assunti a contratto. Invece di spendere, risparmiano. Accumulano per far fronte alle incertezze del futuro, o, come nel caso dei lavoratori over-65 consapevoli della mancanza di giovani contribuenti in grado di pagare i loro emolumenti, cercano di arricchire i propri fondi pensione e mettere da parte per le spese sanitarie.

Non immigrati ma «lavoratori ospiti»

Il governo di Tokyo dovrebbe ora — ha spiegato un’analista ancora al Nikkei — concentrarsi su riforme che stimolino la produttività, facendo sì che i lavoratori possano facilmente essere reimpiegati in settori produttivi che portino nuova crescita.

In ogni caso, lo scalino vero è la mancanza di quasi 2 milioni di lavoratori al netto del fabbisogno di forza lavoro. Alcuni grandi gruppi del settore dei trasporti e della ristorazione hanno già dovuto ridurre i propri servizi e i propri orari di attività per carenze di manodopera. Dove trovarla allora? La prima opzione è all’estero, in Asia — il più grande bacino di lavoratori del mondo.

Dopo aver approvato alcune misure che faciliteranno l’ottenimento di un permesso di residenza permanente per i lavoratori specializzati, dalla fine del 2016, il governo e il partito di maggioranza, il Liberaldemocratico del premier Shinzo Abe, hanno allo studio misure per accelerare l’arrivo di lavoratori non specializzati — in particolare in settori come le costruzioni, la logistica e la sanità che vivono croniche carenze di manodopera. Negli ultimi anni, il governo ha stretto accordi diplomatici con paesi della regione — in particolare Vietnam, Indonesia e Filippine — per favorire l’arrivo dei cosiddetti «guest workers», «lavoratori ospiti». Che, sperano gli ultraconservatori che sostengono l’attuale governo, come tutti i buoni ospiti, dopo un po’ capiranno di essere di troppo.

@Ondariva

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