eastwest challenge banner leaderboard

Cosa significa la visita di Shinzo Abe a Pearl Harbor

Il primo ministro Shinzo Abe ha visitato Pearl Harbor per onorare le vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa. Con lui il presidente americano uscente Barack Obama.

L’attacco sulla base navale di Pearl Harbor nelle Hawaii è convenzionalmente considerato il punto di svolta della guerra del Pacifico. L’evento segnò infatti l’inizio della debacle giapponese dopo un decennio di espansione in Asia. La guerra con gli Stati Uniti sarebbe poi finita con la firma della resa di settembre 1945, poche settimane dopo lo sgancio di due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki.

Con Shinzo Abe anche Barack Obama. Secondo il New York Times, la visita «restituisce a tutti gli effetti il favore» della visita del presidente americano uscente a Hiroshima lo scorso maggio. In quell’occasione Obama era stato il primo inquilino della Casa Bianca in carica a visitare il memoriale della bomba atomica nella città del Giappone occidentale.

Quarto, non primo, premier a visitare Pearl Harbor

La visita è segnata da una controversia. Nel dare l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbor, il governo giapponese ha sottolineato che il premier in carica sarebbe diventato il «primo» capo del governo di Tokyo in carica a compiere la visita. Lo stesso New York Times dopo avere riportato la notizia è stato costretto a rettificare: prima di Abe, era stato nel 1951 il primo ministro Shigeru Yoshida a recarsi a Pearl Harbor dopo la firma del Trattato di San Francisco per sancire la definitiva normalizzazione delle relazioni tra i due ex nemici.

Il Mainichi shimbun, uno dei principali quotidiani liberali giapponesi, ha rivelato nuovi dettagli. Dopo Yoshida, altri due primi ministri visitarono il luogo simbolo del conflitto del Pacifico.

Il primo, Ichiro Hatoyama, visitò la baia e i quartieri generali della marina Usa a fine ottobre 1956. Fu salutato, dicono le cronache dello Hawaii Hochi, quotidiano bilingue locale, da 19 spari a salve e da una banda militare che suonò gli inni nazionali giapponese e americano.

Il secondo, Nobusuke Kishi, nonno materno di Abe, visitò Pearl Harbor a giugno dell’anno successivo dopo un incontro con l’allora presidente statunitense Dwight Heisenhower.

Nelle ultime settimane, e in particolare dopo l’elezione di Donald Trump, Shinzo Abe è stato impegnato in veri e propri salti mortali diplomatici per dimostrare la vicinanza del suo paese al suo principale alleato su scala globale. È stato tra i primi a congratularsi con il futuro inquilino della Casa Bianca ed è stato il primo leader mondiale ad incontrarlo personalmente nella residenza della Trump Tower a New York. La visita a Pearl Harbor dei prossimi 26 e 27 dicembre sembra procedere nella stessa direzione: costruire un rapporto di fiducia con la nuova amministrazione.

Alla ricerca continua di un posto nella storia

L’amplificazione mediatica della visita è però anche indizio di qualcos’altro: Abe è alla continua ricerca di lasciare il proprio nome nella storia del suo paese. Discendente di una dinastia politica (il nonno, Kishi, e il prozio, Eisaku Sato, furono primi ministri, il padre Shintaro fu ministro degli Esteri), ma considerato per molti versi un outsider (ad esempio è il primo capo del governo laureato in un’università non d’elite) è oggi tra i leader politici più longevi del dopoguerra.

Alla mancanza di carisma, Abe ha sopperito con il pragmatismo, il calcolo e qualche sprazzo di populismo (dallo slogan elettorale «riprendiamoci il Giappone», alle promesse di creare una società in cui far «risplendere tutte le donne», dalla Abenomics alla comparsata vestito da Super Mario alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Rio 2016). Questo gli ha permesso di convogliare consensi su di sé e assicurarsi il necessario sostegno politico (in particolare nella destra ultraconservatrice del suo partito) per realizzare riforme storiche nei comparti difesa e sicurezza nazionale. Più volte Abe ha espresso il desiderio di riportare il Giappone al centro dello scacchiere internazionale.

Ma prima, come ricorda il giornalista Joji Sakurai dalle colonne del Financial Times, il paese deve «esorcizzare i demoni del passato». Pearl Harbor è certo uno di questi. Ma, come hanno ricordato un portavoce del ministero degli Esteri cinese a stretto giro dalla notizia della visita a Pearl Harbor, anche la Cina è «ricca di luoghi in cui riflettere sulla storia». Ma questo, in un periodo in cui il paese di mezzo è visto a Tokyo come una minaccia costante alla sicurezza nazionale, passa in secondo piano.

@Ondariva

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA