Elezioni in Iran, la posta in gioco

In Iran le elezioni sono sempre piene di sorprese. La Repubblica islamica ha prodotto risultati inaspettati sin dagli anni '90, e dai primi anni '80 ogni presidente ha ottenuto un secondo mandato.

Photo credit Reuters

Il 19 maggio gli iraniani andranno alle urne. Sceglieranno il prossimo presidente. Determineranno quale strada prenderà il Paese nei prossimi anni, imprimeranno un scarto. I contorni dello spazio politico iraniano potranno essere, dunque, più marcatamente repubblicani o teocratici. Ma – anche questa volta, come in passato – i risultati delle elezioni sono difficili da prevedere. Qual è la posta in gioco? L'economia è il terreno su cui si combatte la vera battaglia.

 I protagonisti in corsa

"In Iran non si tratta solo di un'elezione, ma anche di una selezione", ha affermato Clement Therme, ricercatore ed esperto di Iran presso l’International Institute for Strategic Studies, in un'intervista all'agenzia AFP. Ed è proprio così. Sebbene 1636 candidati si fossero registrati per la corsa presidenziale, solo sei sono stati approvati dal Consiglio dei Guardiani (organismo religioso che vaglia e sceglie la rosa delle candidature). Alla fine, polemiche a parte, l’ex leader Mahmoud Ahmadinejad è stato tagliato fuori.

I principali concorrenti del presidente Hassan Rouhani saranno il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf e il conservatore Ebrahim Raisi, uomo-chiave della Astan Quds Razavi (una fondazione che gestisce il santuario dell'ottavo imam shiita a Mashhad), considerato anche in lizza per la carica di Guida suprema del Paese alla morte di Ali Khamenei. Nell’elenco figurano anche moderati come Eshaq Jahangiri (attuale vicepresidente), Mostafa Mirsalim (ex ministro della cultura) e l’ex vicepresidente riformista-pragmatico Mostafa Hashemitaba.

Economia: il tema più urgente per gli iraniani

"La situazione economica dell'Iran è migliorata, peggiorata o è rimasta pressoché invariata?": è questa la domanda posta da un recente sondaggio, condotto da Iran Poll, una società di ricerca con base a Toronto che si è basata sulle risposte fornite da circa un milione di iraniani tramite interviste telefoniche. Il 52% degli intervistati ha risposto: "Peggiorata", mentre il 31% "migliorata".

E ancora: interrogato sulle evoluzioni dello standard di vita degli iraniani rispetto a quattro anni fa [ovvero all’elezione di Rouhani, ndr], il 51% degli intervistati ha dichiarato che le condizioni "sono rimaste praticamente invariate", il 35% le ha definite "aggravate" e l’11% "migliorate". Solo il 3% degli iraniani coinvolti nel sondaggio ha definito l'attuale situazione economica "molto buona", mentre il 31% ha risposto "abbastanza buona", contro il 35% che invece reputa l’economia iraniana messa “piuttosto male”.

Inoltre, la disoccupazione è in cima alle preoccupazioni degli iraniani. Di difficoltà economiche sotto le sanzioni e di faticosa ripresa sono pregni i discorsi quotidiani e i dibattiti politici. Nell’epoca del dopo sanzioni, in quella del post-accordo sul nucleare, la priorità assoluta è cambiare rotta. Perché, finora, chi ha pagato il prezzo più alto sono stati i giovani che sono si sento privati di uno sguardo sul futuro.

Le sfide di Rouhani

Mentre il presidente sta ancora scontando il prezzo dell’onere di traghettare l'Iran verso una nuova fase economica e politica attraverso l’intesa sul nucleare, i suoi rivali e accaniticritici– a partire da Raisi – stanno puntando tutto sulle debolezze degli ultimi quattro anni di Rouhani: promettono nuovi impieghi, scandiscono slogan come: "Dignità e lavoro agli iraniani". "La crisi dell’occupazione è assolutamente risolvibile: la soluzione è rappresentata da 1,5 milione di nuovi posti di lavoro all’anno", ha tuonato Raisi. Non da meno, Ghalibaf si è impegnato, qualora venisse eletto, a elargire l'equivalente di circa 80 dollari al mese a ogni singolo disoccupato nel Paese.

In questo clima si è inserito il monito dell'ayatollah Khamenei, che ha invitato tutti i candidati a "promettere al popolo che affinché il paese progredisca, per la crescita economica e per sbarazzarsi dei problemi, i loro occhi non saranno puntati fuori dai nostri confini, ma sulla nazione", come riportato dall'agenzia ufficiale della Repubblica Islamica. Era un chiaro messaggio diretto all'attuale presidente.

Guardiamo ai fatti, come già ricostruito qui. Finora, sono tre i risultati positivi ottenuti da Rouhani: 1) è riuscito a gestire abbastanza bene i difficili rapporti con le fazioni conservatrici e in primis con la Guida Suprema, Ali Khamenei; 2) ha portato a casa l’accordo sul nucleare e la sospensione delle sanzioni; 3) ha ridotto il tasso di inflazione fino a toccare quota 9,5%, record in venticinque anni.

Meno promettente la situazione su altri fronti: 1) la disoccupazione resta abbastanza alta all’11,8%; 2) la povertà e la disuguaglianza sociale restano un problema [qui i dati World Bank]; 3) il settore industriale fatica a riprendersi: la produzione è scesa del 2,9% all’inizio del 2016.

Oltre la narrazione dello scontro falchi versus colombe

La battaglia è ben al di là della controversia tra moderati-riformisti contro ultraconservatori o viceversa. L'Iran continuerà il percorso iniziato con Rouhani? Le elezioni determineranno la rotta da percorrere – tanto sul breve quanto su lungo termine – restringendo (o allargando) allo stesso tempo lo spazio politico dentro e fuori i confini del Paese.

@transit_star

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