Genere, religione, geopolitica: perché decostruire le narrazioni sull’Iran

Genere, religione, geopolitica: l’Iran è spesso raccontato e intrappolato all’interno di questa angusta cornice concettuale. Tre dimensioni, ovvero del femminile, del religioso e del politico spesso ingabbiano l’interno dibattito intorno a questo Paese, appiattendo le complessità della sua società.

Photo credit Stella Morgana

Quando si tratta di notizie, spaziando dalle cronache quotidiane fino alla geopolitica, gli Iraniani sono quasi sempre o forzatamente sovrapposti oppure contrapposti ai discorsi e alle azioni del governo iraniano. Il risultato è un racconto che troppo spesso diventa parziale e stereotipato.

Perché non iniziare, allora, a de-costruire queste narrazioni, evitando così di parlare per conto di un intero popolo?

Partiamo da due casi, tanto lontani quanto emblematici: 1) le donne e il velo e 2) l’acrimonia Iran-Arabia Saudita. In entrambi la religione viene di frequente (mis)interpretata.

Genere/religione e velo

Il genere è socialmente costruito e culturalmente acquisito, piuttosto che dato una volta per tutte alla nascita. Impariamo a comportarci “da donne” seguendo le regole – scritte e non – della società in cui cresciamo. Per esempio, non per forza ogni aspetto della società iraniana –  in particolare nella sfera privata –  è “genderizzata” secondo dettami religiosi, come molti osservatori occidentali tendono a supporre, ragionando secondo quegli stessi canoni che hanno prodotto l’idea di un “Altro” e stigmatizzato l’uso dell’hijab. Allo stesso modo, l’Islam non rappresenta necessariamente il fattore fondamentale per comprendere la realtà femminile in Iran.

E ancora: è tempo di percorrere strade diverse, piuttosto che guardare costantemente attraverso la lente governativa (in contrasto o in supporto) per capire un Paese. Imporre un approccio eurocentrico al femminismo o alle lotte per i diritti delle donne, così come diffondere una idea univoca di “liberazione”, non rappresenta le donne iraniane, ma Altre. Inoltre, questo atteggiamento ignora i processi che stanno avvenendo dentro (ma anche fuori) il Paese e che riguardano, per esempio,l’attivismo femminista, particolarmente attivo online negli ultimi anni. Importare un modello dall’esterno non è una strategia fattibile. Da un lato, questo è dovuto al fatto che contesti diversi rispondono a logiche diverse. Dall’altro perché le motivazioni cambiano nel tempo e nello spazio.

Al contrario, seguendo un certo tipo di narrazioni, il rischio è di parlare per conto delle iraniane. Succede, dunque, che all’interno di questi canali de facto le donne non abbiano davvero un nome, perché le loro individualità sono schiacciate da ciò che rappresentano o devono rappresentare. Le identità sono spesso presentate attraverso il loro ruolo rispetto alla religione, alla famiglia, alla società e quindi ai diversi media che le vogliono ritrarre. Questo schema segue una logica binaria: ricco/povero, conservatore/liberale, secolare/religioso. Si vedano ad esempio le rappresentazioni delle ragazze ricche e alla moda di alcune aree del Paese in contrasto con altre che portano il chador, di solito presentate come più ignoranti, conservatrici o bigotte. Inoltre, le donne sono spesso chiuse nei loro ruoli di madri, mogli, sorelle, fidanzate anche nei discorsi che parlano di “emancipazione”. Dunque, come sostiene anche la studiosa Lila Abu-Lughod, le donne – in quanto parte di una famiglia –diventano un terreno di produzione di molteplici discorsi. Ciò avviene spesso sia nel contesto locale che in quello, come nella narrazione mediatica mainstream, che vorrebbe raccontarle.

Ogni volta che ci si concentra sul velo come principale terreno di battaglia all’interno della società iraniana, e non solo, non si fa altro che riprodurre convenzioni e abitudini “visive” che però comunicano significati specifici.

L’obiezione a questo ragionamento spesso è: il velo è un fatto. Sì, ma – come spiega la studiosa e femminista Gayatri Spivak – i fatti sono “costruiti” secondo un preciso discorso e quindi la loro “modalità di produzione” è svelata proprio come “narrazione”.

Dunque l’hijab come simbolo religioso è spesso manipolato, (e non solo all’interno dell’apparato politico iraniano), nel senso che la sua rilevanza è sovente ingigantita come principale fattore costituente dell’identità femminile. Infine, l’Islam, anche quando distaccato dalla politicizzazione che ne ha fatto la Repubblica, è quasi sempre raccontato come intrinsecamente rigido o ostile.

Che succede, invece, quando dal genere si passa alla geopolitica? Che ruolo gioca la religione?  Come viene rappresentato l’Iran nella narrazione mainstream in questo caso?

Geopolitica/religione e il non facile disgelo Iran-Arabia Saudita

La strada per la pace nel Golfo e in Medioriente passa anche attraverso Riyadh e Teheran. Accorciare le distanze tra Arabia Saudita e Iran è una condizione necessaria per stabilizzare la situazione regionale, in termini di sicurezza, cooperazione, legittimità politica. Secondo alcuni analisti, i tempi sarebbero maturi per un avvicinamento tra i due Paesi rivali.

Senza entrare nel merito del dibattito che riguarda questo antagonismo e le implicazioni geopolitiche, è interessante analizzare come invece questa acrimonia sia stata rappresentata.

Se gli studiosi sono abbastanza d’accordo rispetto alle ripercussioni positive che avrebbe una stabilizzazione dei rapporti, gli esperti dissentono riguardo alle origini della rivalità. Infatti, le tensioni nel Golfo e nell’area mediorientale sono state lette secondo diverse prospettive: identità nazionale, religione, necessità di sicurezza, ideologia, differenze di natura etnica. Qual è la relazione tra queste dimensioni? Quale la priorità? Perché il rancore politico tra Iran e Arabia Saudita non si è placato? Primo: entrambi i protagonisti interpretano il loro “interesse nazionale” in modo diverso; secondo: le rispettive percezioni dell’altro sono cambiate e si sono trasformate nel tempo. Le dicotomie religiose Sciiti-Sunniti, o etnica arabi-persiani, non possono essere esaustive per comprendere la natura della guerra per procura in atto nel Golfo e in Medioriente.

L’Iran e l’Arabia Saudita sono entrambi Paesi egemoni, in lotta per il controllo regionale, e vanno considerati “rivali naturali”, ma non eterni nemici – almeno secondo l’esperta Sara Masry. Perché antagonisti naturali? Usando la religione come chiave di lettura, si tratta di un governo a guida sunnita contro uno a guida sciita. Se da un lato le autorità saudite non perdono occasione per sottolineare il loro ruolo di leader del mondo musulmano e per dichiararsi vittime dell’astio di matrice sciita proveniente dall’Iran, quelle iraniane hanno puntato molto meno a esacerbare lo scontro di natura prettamente religioso, in particolare negli ultimi anni.

Sin dall’istituzione della Repubblica islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini e in seguito gli altri leader si sono concentrati maggiormente su una narrazione che premeva sul tasto dell’universalismo islamico con l’Iran come potere-guida, piuttosto che sul particolarismo della dimensione sciita. Questo non significa che le autorità iraniane non abbiano sfruttato e cavalcato le tensioni religiose e settarie a loro favore, proprio a partire dalla rivoluzione del 1979 e dalla fondazione della Repubblica islamica d’Iran guidata dal clero sciita.

Inoltre, come sostengono alcuni studiosi, l’Iran ha “una politica estera sunnita”. Si concentra su temi chiave per l’intero mondo musulmano come la causa palestinese o l’antimperialismo. Finora l’Iran è sembrato molto più preoccupato di proteggere i suoi alleati regionali, come Bashar al-Assad in Siria, nonostante il massacro civile e una guerra devastante, o Hezbollah in Libano. La ragione di questo sostegno, per esempio, non ha niente a che vedere con l’identità religiosa. Piuttosto, è da ricercarsi in esigenze comuni di “resistenza” contro “minacce” condivise.  Insieme alla strategia che promuove la sovrapposizione tra Islam (in toto)e Sciismo, la retorica iraniana utilizza la religione come strumento di legittimazione degli antagonisti sauditi nella piazza internazionale: per esempio, con l’equazione Sauditi alleati dell’Isis.

E ancora: le esigenze di sicurezza, ancora prima che le divisioni settarie, giocano un ruolo fondamentale specialmente i conflitti iniziati a partire dalla repressione delle primavere arabe. Primo: l’Arabia Saudita è diventata un pilastro della sicurezza per i Paesi del Golfo. Secondo: l’Iran ha un ruolo di “contenimento” rispetto all’ingerenza statunitense nella regione e i sauditi temono, dunque, una distensione dei rapporti Washington-Teheran. Infine, le decisioni in tema di politica estera sono connesse alla politica interna, alla sicurezza dei rispettivi regimi e alle cangianti percezioni di vulnerabilità dentro e fuori i propri confini.

Dunque, al di là delle logiche settarie, ci sono molteplici fattori (tra cui gli interessi legati al petrolio e al gas) che hanno un peso maggiore nelle tensioni regionali.

Analizzare e decostruire le narrazioni consentono di concludere che la religione diventa rilevante come fattore geopolitico quando viene politicizzata. Accusare, quindi, l’Islam di essere l’origine di tutti i mali dell’Iran e del Medioriente è molto pericoloso e profondamente superficiale.

@transit_star

FONTI E LETTURE CONSIGLIATE

  • Abu-Lughod, Lila, “Feminist Longings and Postcolonial Conditions,” in Remaking Women. Feminism and Modernity in the Middle East, (Princeton: Princeton University Press, 1998).
  • Spivak, Gayatri. “Can the Subaltern Speak,” in Marxism and the Interpretation of Culture, ed. C Nelson and L. Grossberg, (Basingstoke: Macmillan Education, 1988).
  • Spivak, Gayatri. In Other Words, (New York: Routledge, 1988), 242, cited in Kapoor, Ilan, “Capitalism, culture, agency: dependency versus postcolonial theory,” Third World Quarterly, 23-4 (2002).
  • Warnaar, Zaccara and Aarts eds. GCC-Iran Relations: Prospects for Change, (Gerlach Press, 2016).

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