Una bambina aspetta che venga versata una razione d'acqua. REUTERS/Caren Firouz
Una bambina aspetta che venga versata una razione d'acqua. REUTERS/Caren Firouz

Ad Ahvaz d’estate le temperature arrivano anche a 50 gradi. Alcuni giorni sono ancora più caldi. L’acqua scarseggia e di recente, quella poca che c’è, usciva dai rubinetti sporca e contaminata. «Non abbiamo acqua potabile», hanno urlato per le strade di Ahvaz, Khorramshahr e Abadan gli abitanti in difficoltà tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. L’accesso all’acqua depurata era a singhiozzo, i livelli di salinità sono ancora oggi eccessivi.


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La qualità dell’aria ad Ahvaz è la peggiore al mondo: lo raccontano i numeri raccolti in un report datato 2011 e diffuso dalla World Health Organization. È la più allarmante nel Paese, come ha confermato Shina Ansari, capo dell’Environmental Monitoring Office all’agenzia di stampa Mehr nel 2015, salvo poi aggiungere che «i dati mostrano una concentrazione di monossido di carbonio in diminuzione». Sono calati quei numeri ad Ahvaz, che è la capitale della provincia del Khuzestan, ma non abbastanza.

La città si trova nell’Iran sud-occidentale, quasi a cavallo del confine con l’Iraq. Durante gli anni della guerra con Baghdad, tra l'80 e l'88 era "il fronte". Con una popolazione che sfiora il milione di abitanti, rappresenta il cuore della produzione di petrolio della Repubblica islamica. La città è cinta dagli impianti petrolchimici che hanno fatto la storia del Paese. È proprio lì, su quelle stesse terre, che le ciminiere si sono affastellate una accanto all’altra nel tempo, invadendo i lembi della mezzaluna fertile che si stiracchiano fino all’Iran.
Ma anno dopo anno, la situazione è peggiorata. «Ettari dopo ettari le terre sono state date via per l’estrazione di petrolio. La distruzione di queste aree è legata anche alle tempeste di sabbia», ha spiegato Ahmad Savari, professore alla Khorramshahr Science University. Lo diceva nel 2015, dalle colonne di un quotidiano iraniano. Raccontava di una evoluzione/involuzione iniziata almeno 30 anni fa: «Verso la metà degli anni '90, la profondità dell’acqua nella zona di Horolazim arrivava a dieci metri e i cespugli naturali che crescevano intorno ad essa raggiungevano anche i 13 metri».

L’estate del malcontento e della sete in Khuzestan non è una sorpresa: è il risultato di un processo ambientale e politico, oltre che l’effetto ultimo di una combinazione di fattori: scarsità d'acqua, cattiva gestione, inquinamento, politiche edilizie degli anni '90 e, infine, c’è la costruzione della diga di Gotvand, completata nel 2012.
Negli ultimi dieci anni, i dati delle precipitazioni non sono stati per nulla incoraggianti. Nel 2016 gli esperti hanno registrato la media più bassa di piogge degli ultimi 47 anni. E così siamo arrivati all’anno 2018, precisamente all’inizio di giugno, quando Gholam Reza Pur-Jalali, capo della Water Authority di Khorramshahr, annunciava che i livelli di sale nell’acqua della cittadina erano raddoppiati. In questi ultimi due anni, tra siccità e mala gestio, il declino è stato rapido.

Ammettere di avere un problema – la scarsità d’acqua – è il primo passo verso la soluzione. E le autorità iraniane si stanno lentamente orientando verso questo approccio. «Prima di tutto dobbiamo accettare il fatto che l’acqua nel nostro Paese scarseggia e, anche negli anni in cui c’erano maggiori precipitazioni, avremmo dovuto sapere che la media iraniana è di un terzo rispetto alle medie globali», ha dichiarato Davood Parhizkar, direttore dell’Istituto Meterologico Iraniano, appena due giorni fa. «In secondo luogo, dobbiamo valutare diversi progetti riguardanti il cambiamento climatico e tener conto delle caratteristiche climatiche di ciascuna regione per evitare di pianificare progetti non adeguati. (...) Infine, dovremmo alimentare una nuova cultura legata al consumo d’acqua, in modo da coinvolgere tutti affinché si sentano responsabili dell’uso che fanno delle risorse idriche (...) E, se necessario, possiamo anche pensare a leggi severe contro gli sprechi».

C’è ancora un altro esempio degno di nota. Qualche giorno prima, infatti, Isa Kalantari - dell’Agenzia per la Protezione ambientale Iraniana - riferendosi alla diga di Gotvand, ha detto: «Ci si poteva aspettare che qualunque altro posto soffrisse di tale siccità, ma non il Khuzestan (...) Il problema in Khuzestan è la cattiva gestione dell'acqua e il fallace riconoscimento delle priorità (...) Così, abbiamo trasformato l'acqua del Khuzestan in acqua salata». Ciò a cui stiamo assistendo oggi, probabilmente, poteva essere prevenuto: a lasciarlo intendere sono le parole di un ingegnere che lavorava sulla diga del fiume Karun, raccolte dal Guardian tre anni fa: «Avevamo svolto le ricerche nell’area intorno alla diga di Gotvand negli anni ‘70, ecco perché la diga non è stata costruita. Sapevamo che avrebbe influito direttamente sulla concentrazione del sale nell’acqua. I numeri, la ricerca, erano tutti lì ma la diga è stata comunque costruita».

Dunque, esiste una via d'uscita? Per cogliere davvero le complessità che ruotano intorno alla crisi idrica iraniana, piuttosto che analizzare singolarmente le singole cause, bisogna prendere in considerazione la relazione tra i diversi fattori che hanno contribuito a creare le condizioni in cui versa il Khuzestan oggi. Kaveh Madani, uno dei massimi esperti iraniani che collabora con l’Imperial College di Londra, due anni fa spiegava ad Al Jazeera: «In primis, in meno di due decenni la popolazione iraniana è raddoppiata; la seconda causa è un settore agricolo inefficiente, un settore che è stato molto importante per noi durante gli anni della guerra con l’Iraq e anche dopo sotto le sanzioni. Quindi è stato naturale preoccuparsi dell’autosufficienza alimentare e della disponibilità di cibo in questo paese. La terza causa è la cattiva gestione».

E proprio mentre Stati Uniti e Israele alimentano da lontano ogni focolaio di protesta in Iran, simpatizzando ipocritamente con i manifestanti e quello stesso popolo iraniano che l’America di Trump continua comunque a sanzionare, la Repubblica islamica sta cercando di correre ai ripari. Il tempo è poco e il problema della scarsità d'acqua deve essere affrontato con urgenza, perché – come ha detto il professor Saeed Pourali dell'Università di Phoenix al Tehran Times – «potrebbe avere un impatto grave con conseguenza dannose e irreparabili per tutti i settori» dell’economia iraniana. Il rimedio alla sete c’è, ma serve un piano di lungo termine. «Il fattore più importante in un processo decisionale appropriato è chiedere il parere di persone esperte. Implementare piani basati su opinioni personali o considerazioni politiche e non scientifiche, non farebbe che esasperare la situazione, danneggiando così l'intero Paese (...) Ad esempio, l'acquisto di acqua dai Paesi limitrofi a fini agricoli non solo comporta costi considerevoli, ma minaccia anche gli interessi iraniani ed è contro le politiche di autosufficienza», ha continuato. Perché, «la crisi idrica in Iran può ancora essere gestita», ma serve agire su tre fronti: «pianificazione adeguata, valutazione di lungo termine, ma soprattutto cultura del consumo d’acqua» contro gli sprechi.

@transit_star

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