Iran anno zero: l’economia del post-sanzioni, tra crisi e rinascita

“Esportazioni di petrolio e gas pari a tre milioni di barili al giorno entro il 2017”, “700 mila barili di greggio” ogni ventiquattro ore “verso l’Europa”, “60 accordi economici firmati dall’Iran con altri Paesi stranieri dopo il JCPOA” [l’intesa sul nucleare, qui il testo completo, ndr]: toni trionfalistici campeggiano sui media iraniani nelle ultime settimane. Il refrain tiene lo stesso ritmo degli ultimi mesi: il 2016 è l’anno zero di Teheran, l’era del dopo sanzioni, dell’implementazione dell’accordo tra i Paesi 5+1, l’Ue e l’Iran per la sospensione delle misure restrittive imposte da Unione europea e Nazioni Unite [gli Usa sono stati i primi sanzionatori, ndr] contro la Repubblica islamica.

Una fiamma di gas di una piattaforma di produzione di petrolio nei giacimenti petroliferi Soroush a fianco di una bandiera iraniana. Golfo Persico, Iran, il 25 luglio 2005. OPEC-OIL / REUTERS / Raheb Homavandi / File Foto
Una fiamma di gas di una piattaforma di produzione di petrolio nei giacimenti petroliferi Soroush a fianco di una bandiera iraniana. Golfo Persico, Iran, il 25 luglio 2005. OPEC-OIL / REUTERS / Raheb Homavandi / File Foto

Anche se non tutte le sanzioni sono state revocate [vedi qui], l’Iran è tornato de facto sulla piazza internazionale come non lo era da anni e le sue banche sono state riammesse nel sistema Swift. 

È dell’8 novembre la notizia che la compagnia francese Total è ai nastri di partenza, pronta a entrare nel Paese per contribuire allo sviluppo del giacimento di gas più grande al mondo, South Pars, e nel progetto rientrerebbe anche la China National Petroleum Corp.

Propaganda a parte, all’interno di una cornice interpretativa geopolitica sembra tutto ben avviato. Eppure nella realtà la situazione è parecchio più complessa, soprattutto se si utilizza un focus diverso: gli iraniani aspettano da tempo, infatti, di superare la lunga crisi.

Fotografia di un Paese ancora in difficoltà. A che punto è Rouhani?

Le difficoltà economiche dell’Iran di oggi, guidato dal presidente Hassan Rouhani, hanno una doppia spiegazione: una interna e una esterna. Da un lato, c’è la mala gestio del settore pubblico e le politiche economiche dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, che ha tagliato i sussidi statali ai carburanti e portato a rincari anche su luce e gas nelle case, lasciando il Paese – dopo due mandati - con un tasso di inflazione al 40% e la disoccupazione al 12,3%. Dall’altro le sanzioni internazionali che hanno precluso per anni a Teheran il settore finanziario e l’interscambio con l’Europa, nonché l’esportazione delle risorse energetiche, le relazioni commerciali nei settori di tecnologia, oro e preziosi [qui tutte le misure, ndr].

Dal 2013, è arrivato Rouhani, pragmatico moderato che si è intestato le responsabilità di traghettare l’Iran verso una nuova fase politica, ma soprattutto economica. Finora, sono tre i risultati positivi che ha ottenuto: 1) è riuscito a gestire abbastanza bene i difficili rapporti con le fazioni conservatrici e in primis con la Guida Suprema, Ali Khamenei; 2) ha portato a casa l’accordo sul nucleare e la sospensione delle sanzioni; 3) ha ridotto il tasso di inflazione fino a toccare quota 9,5%, record in venticinque anni. Su altri fronti, però, la situazione non è proprio così rosea: 1) la disoccupazione resta abbastanza alta all’11,8%; 2) la povertà e la disuguaglianza sociale restano un problema [qui i dati World Bank]; 3) il settore industriale fatica a riprendersi: la produzione è scesa del 2,9% all’inizio del 2016; 4) bisogna ancora vedere come si muoveranno nei prossimi mesi, in vista delle elezioni del 2017, gli altri due centri di potere cruciali nella vita politica della Repubblica islamica: il Consiglio dei Guardiani e le Guardie rivoluzionarie.

Come ha scritto qui Nader Habibi, professore di “Economia del Medio Oriente” al Crown Center for Middle Eastern Studies (Brandeis University), le Guardie molto probabilmente rifiuteranno ogni riforma economica che possa minare il loro ruolo (e influenza) nell’economia. Ma proprio Rouhani si è presentato, sin dall’inizio del suo mandato, come l’uomo pronto a ribaltare il paradigma: dall’economia “di resistenza” di Khamenei, che guarda più all’interno,  all’economia delle riforme che apre all’esterno [qui il focus su “EastWest” di novembre/dicembre, ndr].

Dalla crisi nasce il cambiamento: le tappe economiche della Repubblica islamica

Una crisi economica, una svolta: a voler riassumere la storia economica dell’Iran post-rivoluzionario in cinque parole, probabilmente questa sarebbe la formula più azzeccata. Dalla rivoluzione del 1979 all’elezione di Rouhani lo schema si è riproposto sistematicamente.

1) A “paralizzare” definitivamente il regime dello Shah Reza Pahlavi, poi rovesciato definitivamente nel 1979, furono gli scioperi a oltranza per le condizioni economiche pessime e l’inflazione alle stelle. Come hanno ricostruito gli storici Ahmad Ashraf e Ali Banuazizi, “quando i lavoratori dell’industria hanno finalmente aderito alla coalizione rivoluzionaria, il loro contributo è stato significativo. Insieme ai colletti bianchi e agli impiegati, hanno chiuso [l’accesso, ndr] alle industrie e a molti servizi essenziali e, infine, hanno paralizzato l'apparato statale". Già alla fine degli anni ’70, come largamente esplorato da studiosi come Ervand Abrahamian, la situazione economica degli iraniani stava lentamente peggiorando, mentre allo sfarzo dei palazzi del potere si contrapponevano le difficoltà dei poveri (foqara in farsi).

2) Gli anni della guerra Iran-Iraq (1980-1988), le perdite umane e la miseria che pervase la vita di milioni di iraniani, hanno portato all’elezione di un presidente pragmatico, Hashemi Rafsanjani, che ha iniziato la fase di “ricostruzione” del Paese, avviando l’Iran verso politiche più vicine al neoliberismo (nonostante la chiusura all’esterno) negli anni ’90. È stato davvero un bene per il Paese o da quel momento si è allargato il divario sociale tra i nuovi ricchi e i più poveri? Nel 1997 è arrivato Mohammed Khatami, il primo presidente riformista dell’Iran che – a detta dei suoi critici – ha puntato più sulla politica e sulla partecipazione pubblica che sulla “(non) agenda economica”, come ribattezzata dall’esperto Sohrab Behdad.

 

3) A quel punto si è creato il terreno fertile per il populismo di Ahmadinejad, che si è trovato per ben otto anni, al timone di un Paese in balìa delle sanzioni internazionali e ha mal gestito l’economia. Tutto ciò ha spinto gli iraniani verso l’elezione di Rouhani. E, appena eletto nel 2013, proprio il presidente riformatore, ha promesso di ridurre la dipendenza di Teheran dalle esportazioni di petrolio (sistema rodato dagli anni ’70), visto che proprio questa subordinazione aveva foraggiato quella “politica clientelare” che ha condotto l’Iran di Ahmadinejad sull’orlo della bancarotta, come ha spiegato qui la ricercatrice Anisseh Baziri Tabrizi.

What’s next?

Nell’Iran di oggi, che viene descritto - troppo spesso ed erroneamente -  come un monolite, la percezione del disagio sociale ed economico è pressante. L’insofferenza, infatti, monta da mesi. E, se Rouhani non interverrà a sedare il malcontento, la crisi potrebbe portare a un’altra (lenta) trasformazione anche in termini di consenso elettorale. Al momento, l’economia sembra essere, infatti, ossessione martellante di gente comune e detrattori del presidente. Sono recentissime, ad esempio, le parole del sindaco di Tehran, Mohammed Bagher Ghalibaf, che ha liquidato ogni spiegazione sull’aumento dei tassisti non ufficiali per le strade della capitale con un semplice: “È colpa della brutta situazione economica”.

                                                                      

La frustrazione per i mancati passi avanti del governo su lavoro e salari è un dato da non sottovalutare. A catturarla è stato anche un sondaggio di luglio scorso, effettuato da IranPoll per conto dell’Università del Maryland: il 74% degli intervistati ha dichiarato che le condizioni di vita in Iran non sono migliorate con l’accordo sul nucleare.

Al netto del campione ristretto, mille iraniani, l’indagine dà la misura di quanto il consenso in Iran sia sempre appeso a un filo, nonostante “l’abilità di Rouhani” di mediare tra le diverse fazioni in parlamento.Come sempre, gli iraniani posso ribaltare ogni previsione. Peyman Jafari, storico dell’Iran che insegna all’Università di Amsterdam, è convinto che “in realtà il sistema politico ed economico della Repubblica Islamica è così pieno di contraddizioni che sfornerà nuove crisi politiche”.

@transit_star

 

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