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Una vita da precario a Teheran

In Iran i figli della rivoluzione hanno lavori temporanei che non consentono l’indipendenza economica. In attesa che Rouhani mantenga la promessa fatta in campagna elettorale la classe media vive sospesa.

Un murales a Teheran (ph. credits Stella Morgana)
Un murales a Teheran (ph. credits Stella Morgana)

«È finito il tempo in cui una generazione poteva stare in piedi sulle proprie gambe. La nostra non può farcela». Mehdi ha 36 anni, una laurea, il sogno di diventare un documentarista affermato. L’ultima volta che l'ho visto è stata poche settimane fa, in un caffè del centro, a Tehran.

Figlio dei primi anni della rivoluzione, quella del 1979, e di un padre che ha tirato giù la statua dello Scià, Mehdi sei anni fa ha deciso di filmare la sua crisi economica, familiare e personale. Quella crisi non è finita. «Tutto è cominciato quando mio padre ha perso il lavoro», dice. Mentre si consumava quel fallimento professionale del padre, faticatore modesto di poco più di sessant’anni, in famiglia iniziavano a scarseggiare i soldi. Mehdi non poteva andarsene di casa, sperare in una vita più indipendente. Davanti, per lui c’erano solo prospettive precarie. «Io e mio padre non andavamo d’accordo: io lo accusavo di essere l’origine della mia vita incerta, lui si lamentava di quanto fossi ingrato», racconta. Ad aspettarlo sul mercato, erano solo lavori temporanei.

Giovani in un parco a nord di Teheran (photo: Stella Morgana)Giovani in un parco a nord di Teheran (photo: Stella Morgana)

“Feshar-e zendegi”, la pressione della vita su una generazione sospesa

È una generazione sospesa, quella di Mehdi: in attesa di un futuro migliore, di un impiego stabile in un Paese dove il 12,8% della popolazione è disoccupata, ovvero il 30% quando si tratta di giovani, e il 44% se si stringe la lente sulle donne.

La scorsa primavera, in campagna elettorale, il presidente Hassan Rouhani ha proposto un piano di sviluppo che prevede 900 mila nuovi posti di lavoro l’anno, ma è ancora troppo presto capire cosa ne sarà di quella promessa. Intanto, c’è una generazione che aspetta, ma non è assolutamente immobile – anzi – molto dinamica. Sono i giovani figli degli anni Ottanta, spesso rincorsi da un refrain - accusa che li racconta incapaci di diventare adulti. Non hanno vissuto la rivoluzione, se non attraverso i racconti dei genitori, ma ne hanno subìto i cambiamenti sociali, i miti, le restrizioni, le regole di una vita costantemente in bilico tra sfera pubblica e sfera privata.

Sono cresciuti sotto la Repubblica islamica, ma si sono formati anche con i riferimenti e i modelli d’oltreconfine, guardando la tv satellitare, impadronendosi della tecnologia e navigando la Rete. «Abbiamo dovuto lottare per tutto», dice Mehdi. È una generazione istruita, la sua, e quindi più consapevole di ciò che non ha e di ciò che deve guadagnarsi. Negli ultimi dieci anni, a schiacciarla sono state le sanzioni internazionali (che hanno fatto quasi raddoppiare il prezzo del pane), l’economia sempre più in affanno e quell’inflazione che nel 2012 – ovvero un anno prima che Rouhani venisse eletto per la prima volta – aveva toccato quota 42 per cento.

In persiano la chiamano feshar-e zendegi, la pressione della vita. Esprime quella gabbia di esistenza precaria che per molti figli degli anni Ottanta significa: dipendenza economica dai genitori, lavori temporanei e spesso sottopagati, e matrimoni sempre più difficili.

Una ragazza intenta a scattare a Shiraz (photo: Stella Morgana)Una ragazza intenta a scattare a Shiraz (photo: Stella Morgana) 

Lavori a intermittenza, esistenza precaria

A Teheran c’è chi – per arrotondare lo stipendio – di giorno fa l’impiegato e di sera gira per le vie della città con la propria macchina, improvvisandosi tassista. Avere un secondo o un terzo lavoro e quindi vivere dieci, o a volte, quindici ore al giorno fuori di casa è la routine per circa il 30 per cento della popolazione attiva. I numeri raccontano che una fetta consistente, compresa tra il 30 e il 40 percento si trova a ridosso della soglia di povertà, che per la classe medio-bassa equivale a non riuscire a racimolare ogni mese neanche quei 3 milioni di toman (circa 750 euro), fondamentali per sfamare una famiglia, secondo i calcoli snocciolati dai sindacati all’agenzia ISNA qualche mese fa.

«In tanti tra i giovani possono aspirare al massimo a lavori a breve termine e spesso senza nessuna garanzia professionale o copertura sanitaria», spiega Mehdi, e questo meccanismo blocca anche sul nascere eventuali rivendicazioni legate ai ritardi nei pagamenti.

Giovani davanti al museo del cinema di Teheran (photo: Stella Morgana)Giovani davanti al museo del cinema di Teheran (photo: Stella Morgana)

Precarizzare e dividere: le origini di un fenomeno iniziato negli anni ‘90

Queste vite precarie sono avvitate in un sistema che si è strutturato nel tempo. I primi contratti temporanei sono comparsi nei primi anni Novanta, sotto l’amministrazione guidata dal presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, e oggi sfiorano il 90 per cento. Nello stesso decennio sono nate le agenzie interinali e, nel frattempo, con la riforma della legge sul lavoro, la working class in particolare ha perso gran parte del suo potere contrattuale. Quella stessa classe operaia che, una volta scesa in strada e bloccate le fabbriche, era stata fondamentale nel 1979 per il definitivo successo della Rivoluzione, oggi è de facto anch’essa precaria. 

Dalla rivoluzione, però, sono passati quasi quarant’anni. Al di là degli operai, a subire le conseguenze di questo processo di “precarizzazione” sono stati tutti i lavoratori, in primis i giovani. Disparità economica e di classe, però, non sono diventate un collante sociale all’interno dello spazio pubblico. Per esempio, durante le proteste della cosiddetta Onda Verde del 2009, la working class non è scesa in piazza come gruppo coeso e riconoscibile, al fianco degli studenti. In quella circostanza, per le strade si intonavano slogan in nome dei diritti civili e non della giustizia sociale.
Oggi il disagio e la precarietà si sono cristallizzati nella crisi di una classe media tanto più consistente, quanto più scontenta. Nonostante le istanze di cambiamento non siano affatto sopite – prime fra tutte quelle delle insegnanti, donne, sindacalizzate e non, che si battono per avere maggiori diritti – precarizzare ha, dunque, finora assunto un significato ulteriore: dividere.

@transit_star

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