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Iran. Il prossimo test per Rouhani? Andare oltre il petrolio e diversificare l’economia

In che direzione andrà l'economia iraniana adesso che Hassan Rouhani ha incassato la riconferma da presidente della Repubblica islamica per altri quattro anni? Uno degli obiettivi principali in agenda è quello ridurre la dipendenza dalle esportazioni di petrolio, diversificare l’economia e tamponare l'emorragia di dati preoccupanti che riguardano la disoccupazione giovanile. Questo piano presenta, però, un rischio: le politiche di Rouhani si inseriscono in una cornice neoliberale che punta a incentivare il settore privato come volano di una crescita forse troppo rapida, che potrebbe aumentare le disuguaglianze sociali.

Gran Bazaar di Teheran. Reuters/Caren Firouz

A quasi due anni dalla firma dell’Iran deal, lo storico accordo firmato dai Paesi 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania), la sfida principale del presidente moderato e pragmatico si combatte contro la crisi dell’impiego nel Paese. La disoccupazione è, infatti, arrivata al 12,7 per cento, ma raggiunge un picco del 27 per cento quando si tratta di giovani, e tocca il 44 per le donne.

Per invertire il trend, la strategia di Rouhani prevede investimenti in settori non energetici. Nelle parole del presidente, questo si traduce in un preciso scopo: tagliare cioè il “cordone ombelicale” con il petrolio, principale fonte di introiti del governo.

Sin dagli anni Settanta, la subordinazione delle casse statali all’oro nero ha caratterizzato il sistema economico della Repubblica islamica. In particolare, sotto la presidenza Ahmadinejad (2005-2013), la dipendenza dalle esportazioni petrolifere per foraggiare le entrate del regime ha di fatto nutrito una macchina amministrativa fondata su una politica clientelare.

(Photo credits: Reuters)(Photo credits: Reuters)

Innovazione e tecnologia come soluzione per diversificare l’economia

Durante la campagna elettorale per assicurarsi il suo «dobare Iran» – «una seconda volta, Iran» – Rouhani ha promesso agli iraniani di mettere in moto la macchina governativa in modo da creare 900 mila nuovi posti di lavoro l’anno.

Ha assicurato, inoltre, che manterrà basso il tasso di inflazione, da lui stesso portato al 7.5 per cento, dopo che era schizzato al 40 per cento sotto l’amministrazione del suo predecessore, Mahmoud Ahmadinejad. E In questa prospettiva, aumentare la produzione è una mossa necessaria.

Ma è chiaro, dunque, che dopo oltre un anno dalla sospensione delle sanzioni che hanno de facto impedito ogni scambio commerciale con i Paesi occidentali, la strada per la ripresa è ancora lunga.

Tuttavia, il mondo della tecnologia e dell’innovazione possono dare una valida risposta alle esigenze politiche del presidente, specialmente perché l'Iran ha una popolazione giovane ed altamente istruita. In questo senso, l’atteggiamento del governo Rouhani, già durante il primo mandato, si è rivelato particolarmente favorevole. E a beneficiare di un’ulteriore apertura sarebbe la galassia hi-tech che include soprattutto aziende di elettronica e software, ma anche le tante nuove startup come Takhfifahn, (la versione iraniana di Groupon), or Digikala (sul modello di Amazon), ZarinPal (il gemello persiano di Paypal), e tante altre.

(Photo credits: Reuters)(Photo credits: Reuters)

Le difficoltà principali

Diversi ostacoli offuscano, però, questa prospettiva apparentemente rosea.

1) L’economia iraniana presenta dei problemi strutturali: in primis l’estrema dipendenza dagli introiti petroliferi (Rouhani ha promesso di riformare la gestione delle risorse petrolifere, ma non è ancora chiaro come); e in secondo luogo, il fattore demografico (circa il 70 per cento della popolazione ha poco più di trent’anni): potrebbe essere un trampolino per la crescita, se si invertisse il trend negativo rispetto al lavoro.

2) Nonostante la retorica presidenziale promuova, già dal 2013, una “rivoluzione digitale” e il programma di Rouhani guardi con favore alla costruzione di infrastrutture sempre più avanzate  per il potenziamento di internet e all’espansione dei servizi 3G e 4G, in realtà le società che si occupano di innovazione e le startup si trovano davanti a diversi problemi. In particolare le restrizioni riguardano l’accesso telematico e i filtri internet gestiti dal governo.

3) Se nel 2015 il budget del Ministero della Comunicazione è stato il più elevato degli ultimi anni, si prevodono tagli del 16.5 percento all’interno del piano di austerity e risparmi messo a punto da Rouhani.

4) Gli ultraconservatori guardano alla rete libera con sospetto. Da un lato, la Guida Suprema, Ali Khamenei, sostiene fortemente la cosiddetta “economia di resistenza” e quindi un’industria basata sulla valorizzazione delle conoscenze locali. Dall’altro, una penetrazione maggiore di un web senza filtri e controllo, sempre più connesso con l’esterno e quindi con i social media globali, potrebbe costituire una minaccia ai valori morali della Repubblica islamica.

Questo ultimo punto risulta particolarmente bizzarro, specialmente in un Paese come l’Iran dove il 60 percento della popolazione naviga in rete, secondo i dati del Centro Statistico dell’Iran, e la maggior parte della popolazione utilizza reti virtuali private (VPN) per aggirare i filtri di censura web.

(Photo credits: Reuters)(Photo credits: Reuters)

Cosa è cambiato dopo la sospensione delle sanzioni

Dopo l'addio (parziale) alle sanzioni, l’industria tecnologica iraniana, in particolare, ha ricominciato ad acquistare i componenti tecnologicamente più avanzati per assemblare i propri prodotti. Prima di allora, molti produttori non erano in grado di accedere alla gran parte dei mercati internazionali ed era vietata l’esportazione dei prodotti iraniani.

Nonostante queste difficoltà, le sanzioni – come spiegato qui – hanno portato anche risultati paradossalmente positivi: gli iraniani hanno, infatti, iniziato a comprare prodotti locali, incoraggiando l’economia interna.

Cosa bisogna ancora cambiare

Diversificare l’economia, riducendo drasticamente la dipendenza dal petrolio – come già scritto qui –  significa aprire all’innovazione. Vuol dire anche, però, imprimere uno scarto e accettare le trasformazioni in atto all’interno della società iraniana, in termini di fiducia rispetto ai nuovi progetti imprenditoriali, ma soprattuto rispetto alle libertà civili (a partire da una rete senza filtri e controllo), e ai diritti dei nuovi lavoratori che rischiano contratti sempre più precari.

@transit_star

 

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