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Iran, Rouhani rieletto per la seconda volta: tutte le sfide del presidente

Hassan Rouhani si assicura, de facto, un secondo mandato da presidente della Repubblica islamica dell’Iran e adesso lo aspettano diverse sfide: interne (economia da risollevare e disoccupazione giovanile da risolvere), internazionali (proseguire con l'implementazione dell'Iran deal nell'era Trump) e regionali (esercitare il suo soft power con i vicini, anche rispetto alla lotta egemonica con l'Arabia Saudita per il controllo del Medioriente).

È il 20 maggio, sono da poco passate le sei del mattino in Italia, le otto e trenta a Teheran, quando il Capo della Commissione elettorale del Ministero dell'Interno iraniano, Ali Asghar Ahmadi, dà la notizia. Il presidente moderato «Hassan Rouhani è avanti con 14.619 milioni di voti contro i 10.125 milioni» del suo sfidante, l’ultraconservatore e populista Ebrahim Raeisi –  che gestisce il santuario dell’ottavo imam sciita a Mashhad e sarebbe in lizza per la successione alla Guida Suprema Ali Khamenei – su un totale di 25 milioni di schede scrutinate fino a quel momento. 

Come da tradizione dell'Iran post-rivoluzionario (a partire dal 1981 per la precisione), Rouhani ottiene un secondo mandato e al primo turno elettorale, guadagnando anche una grossa fetta di voti nell'Iran rurale: segno interessante di chi ha preferito la continuità rispetto al populismo.

L’annuncio viene trasmesso in diretta su Twitter anche da Press TV, l’emittente in inglese di proprietà della compagnia di Stato IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting).

Ali Asghar AhmadiAli Asghar Ahmadi

I risultati definitivi

Nel primo pomeriggio, ovvero poco prima di mezzogiorno in Italia, arrivano i risultati definitivi. A comunicarli è il ministro dell'Interno, Abdolreza Rahmani Fazli. Rouhani ha ottenuto il 57% dei voti, ovvero 23.549.616 preferenze, su un totale di 41.220.131. Raeisi si è aggiudicato 15.786.449 voti, pari al 38,5%. Gli altri due candidati minori rimasti in corsa, il conservatore Mostafa Mirsalim e il riformista Mostafa Hashemi Taba, si sono fermati rispettivamente a 478.215 e 215.450 preferenze.

Oltre 42 milioni di iraniani sono andati alle urne per scegliere il nuovo presidente della Repubblica islamica. Secondo le stime, l’affluenza ha superato il 70 per cento.

Le immagini di file chilometriche di elettori in attesa di votare hanno fatto il giro del mondo. Per consentire a tutti di partecipare, l’orario di chiusura dei seggi – inizialmente previsto per le 20 ora locale – è stato prima esteso di due ore, ma in diversi luoghi le operazioni di voto sono proseguite fino alla mezzanotte.

(Reuters)(Reuters)

La lunga corsa di Rouhani e le sorprese della campagna elettorale 

Era il 14 giugno del 2013 quando Rouhani veniva eletto per la prima volta presidente, con più del 50 per cento di voti. Usciva sconfitto dalla contesa, invece l’attuale sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ex capo delle forze aeree delle Guardie rivoluzionarie con un passato anche da capo della polizia, il quale si era presentato anche questa volta – salvo poi ritirarsi a quattro giorni dall’appuntamento alle urne.

Proprio il 15 maggio scorso, quando mancava ormai pochissimo alle elezioni, Ghalibaf, infatti, ha annunciato il suo ritiro dalla corsa, lasciando il campo de facto ai due contendenti maggiori (Rouhani e Raeisi) e chiedendo ai suoi sostenitori di votare per Raeisi. A ventiquattro ore di distanza, è arrivato il turno del vicepresidente riformista Eshaq Jahangiri che ha, invece, invitato gli elettori a scegliere Rouhani, definendolo l’uomo giusto per «una diplomazia forte» per rimuovere «l’ombra della guerra dall’Iran». 

(Reuters)(Reuters)

L’agenda e le sfide del presidente: dall’economia alla politica estera «pacifica»

Se le parole d’ordine del programma di Rouhani sono «libertà, pace, sicurezza e progresso», e l’intento è di promuovere una «politica estera pacifica», adesso il presidente dovrà fare i conti con i suoi interlocutori interni ed esterni per continuare il percorso che aveva già iniziato durante il primo mandato: apertura economica e dialogo con l’Occidente, Europa in primis.

Le sfide interne, però, riguardano l’economia che non è ancora decollata dopo il JCPOA [l’accordo sul nucleare, qui il testo completo, ndr], firmato nel 2015. Se il 2016 è stato l’anno zero di Teheran, ovvero l’era del dopo sanzioni, dell’implementazione dell’Iran Deal tra i Paesi 5+1, l’Ue e l’Iran per la sospensione delle misure restrittive imposte da Unione europea e Nazioni Unite contro la Repubblica islamica, il 2017 dovrà essere l’anno delle conferme e della stabilizzazione.

Come già osservato, non tutte le sanzioni sono state revocate [vedi qui], ma l’Iran di Rouhani è tornato de facto sulla piazza internazionale come non lo era da anni e le sue banche sono state riammesse nel sistema Swift. 

Il Paese che Rouhani si era trovato a gestire nel 2013 era un Iran in difficoltà dopo due mandati di Mahmoud Ahmadinejad, conservatore e populista, che aveva portato il tasso di inflazione a toccare il 40% e la disoccupazione al 12,3%, nonché tagliato i sussidi statali ai carburanti e portato a rincari anche su luce e gas nelle case.

Ad aggravare la situazione [qui il focus, ndr], si aggiungevano, anni di sanzioni internazionali che aveva precluso a Teheran il settore finanziario e gli scambi con l’Europa, così come l’esportazione delle risorse energetiche, le relazioni commerciali nei settori di tecnologia, oro e altro [qui tutte le misure, ndr]. 

(Reuters)(Reuters)

Quattro anni dopo, Rouhani ha tirato le somme del suo stesso operato:

1) Ha incassato l’accordo storico sul nucleare e la sospensione delle sanzioni; 
2) è stato capace di gestire i rapporti con i conservatori, il potere delle Guardie Rivoluzionarie, ma soprattutto con la Guida Suprema, Ali Khamenei; 
3) ha ridotto il tasso di inflazione, fino a quota 9,5%, record in venticinque anni.

Nonostante i risultati positivi, gli iraniani aspettano ancora risposte su quattro fronti principali:

1) la disoccupazione, al 12,8 per cento, che arriva a toccare il 30 per cento quando si tratta di giovani; 
2) le condizioni di lavoro e i salari [qui il piano di Rouhani per l’occupazione, che prevede la creazione di 900 mila posti di lavoro all’anno]; 
3) il rilancio economico, in particolare del settore industriale: la produzione è scesa del 2,9% all’inizio del 2016
4) le disuguaglianze sociali [i dati qui, ndr] restano ancora una trappola da cui uscire, mentre i diritti civili rappresentano, invece, un terreno dove un'apertura è fortemente richiesta dalla società.

Oltre ai problemi interni, Rouhani dovrà (ri)trovare equilibro anche sul piano internazionale, nell’era di Donald Trump alla Casa Bianca, e su quello regionale, vista la lunga acrimonia e lotta di potere con l’Arabia Saudita per l’egemonia in Medioriente, che si è manifestata militarmente e ferocemente ai danni delle popolazioni locali, in particolare in territori come la Siria e lo Yemen. 

@transit_star

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