L’estate si avvicina. Con essa l’Iran si prepara a fronteggiare anche una crisi che è entrata nella sua fase più difficile degli ultimi 50 anni: quella dell’acqua. E il governo guidato da Hassan Rouhani ne è consapevole

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«Siamo in una situazione in cui gli effetti della siccità colpiscono di fatto tutte le province del paese e risolvere il problema dell’accesso all’acqua potabile è una delle più importanti priorità della nostra agenda», ha detto due giorni fa il vicepresidente Eshaq Jahangiri.


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Se il 2016 era stato l’anno in cui aveva piovuto meno negli ultimi 47 anni, le precipitazioni si sono quasi dimezzate rispetto al 2017, sfiorando punte del meno 70 percento in alcune province. I numeri sono stati diffusi durante un incontro sulle sfide riguardanti le risorse idriche del Paese dallo stesso Jahangiri.

Mentre è in cantiere un nuovo piano, il governo ha chiesto la collaborazione attiva della popolazione: «Data la siccità del nostro Paese, la gestione delle risorse idriche in tutti i settori è cruciale: dal consumo domestico di acqua potabile passando per l’industria e l’agricoltura (…) Le persone devono essere correttamente informate del problema in modo che possiamo superare queste preoccupazioni insieme».

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I numeri

Pochi giorni prima era stato il ministro dell’Energia, Reza Ardakanian, a presentare un report secondo cui a rischio "stress idrico" sono "334 città con una popolazione di circa 35 milioni di abitanti".

«Negli ultimi 50 anni, siamo entrati in un lungo ciclo di siccità, e quest'anno, naturalmente, è l'anno più difficile», ha spiegato. «La siccità va gestita guardando anche alla gestione dei consumi d’acqua e delle risorse idriche». A tracciare i contorni di questo scenario sono stati negli ultimi anni i campi di pistacchio, prosciugati ogni anno per una porzione di 20 mila ettari proprio dalla siccità, almeno secondo i numeri snocciolati dalla Camera di Commercio iraniana. A tutto ciò si sono aggiunte le sanzioni internazionali e alla fine l’export di pistacchi ha subito una drastica riduzione dal 33 al 13 per cento

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Dalle cause alle soluzioni

Il punto è che la crisi dell’acqua non è una questione meramente tecnica, ma influenza direttamente la vita degli iraniani e trascina con sé implicazioni di natura economica e ambientale, ma soprattutto sociale.

Finora l’Iran ha cercato di concentrarsi sui sintomi, lavorando sulla tecnologia su larga scala ad esempio, e non sulle che affondano le radici in: 1) una rapida crescita della popolazione urbana, dalla rivoluzione del 1979 ad oggi, salita al 70%; 2) una inefficiente gestione delle risorse, quindi di controllo della distribuzione; 3) un sistema agricolo inadeguato che consuma fino al 90 per cento delle risorse presenti in alcune aree.

Il lago Urmia, due anni fa, era diventato il simbolo della lotta contro la siccità. Per quel gioiello della natura, una distesa salata di 5200 chilometri quadrati nella parte nordoccidentale del Paese a rischio prosciugamento, sui social era addirittura partita la campagna «sono il lago Urmia» من_دریاچه_ارومیه_هستم#, per chiedere finanziamenti internazionali. Tre settimane fa il vicepresidente Jahangiri è stato in visita proprio al lago Urmia. L’intenzione è quella di avviare progetti di trasferimento dell’acqua nella zona: «Se necessario, miliardi di dollari verranno utilizzati per questi progetti».

Uscire da questa crisi e gestirne anche l’impatto economico e la frustrazione sociale è la prossima sfida che attende l’Iran e il governo Rouhani, già sotto pressione su più fronti: sullo scacchiere internazionale per via delle minacce di lasciare l'Iran deal da parte degli Stati Uniti, mentre in casa deve fronteggiare le continue critiche dei conservatori alla sua gestione economica, la crisi del rial e le rivendicazioni giovanili rispetto alla disoccupazione e ai diritti civili.

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